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IL CASO/ Uomini e donne, una "guerra" che fa male a famiglia e lavoro

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Da questi dati si possono trarre, pertanto, alcune considerazioni sintetiche di policy: uno dei fattori che rischia, oggigiorno, di limitare la qualità della vita lavorativa in Italia, è quello di promuovere politiche di conciliazione, così come avveniva nei decenni passati, rivolte solo alla componente femminile quando, invece, gli uomini manifestano un accresciuto interesse nei confronti della vita privata e familiare. Ciò è ancor più vero, peraltro, in un contesto che propone nuove modalità di accesso e permanenza nell’occupazione, soprattutto per i più giovani, in cui il tradizionale modello della divisione dei ruoli (in cui il padre, capofamiglia, lavorava mentre la madre, casalinga, attendeva, in casa, ai lavori domestici e alla cura della numerosa prole) risulta, in molti casi, inattuale.

L’intero assetto delle politiche pubbliche di conciliazione come, ad esempio, l’incentivo all’utilizzo della flessibilità oraria sarebbe forse più equo ed efficace se orientato all’attuale divisione del lavoro all’interno della famiglia e quindi fosse, oggi come oggi, neutrale rispetto al genere. Cionondimeno tutto ciò stenta, purtroppo, a trovare una traduzione operativa, soprattutto nei programmi e nelle proposte politiche e sociali. Altro paradosso è che le giovani generazioni, le quali entrano nel mercato del lavoro in condizioni di forte precarietà occupazionale, sono le prime a non poter usufruire delle tradizionali politiche di conciliazione poiché queste sono pensate e si rivolgono, generalmente, a coloro che sono stabilmente contrattualizzate; non consentono, di fatto, l’accesso agli strumenti abituali quali, ad esempio, i congedi parentali, i permessi per studio e formazione, i servizi e i diversi benefits aziendali, ecc. Ne deriva, dunque, l’indicazione che è un po’ tutto l’impianto normativo e concettuale a dover essere ripensato per poter avere, invece, finalmente a disposizione, una panoplia di strumenti maggiormente adatti ai tempi correnti.

In conclusione, dal quadro tracciato dall’Isfol emerge come si debba necessariamente passare da una questione basata sul “genere” (la conciliazione) a una imperniata sulla qualità di vita di lavoro (work life balance) poiché a essere centrali, oggi come oggi, non sono tanto più i ruoli di madre e lavoratrice quanto piuttosto altre caratteristiche personali, e lavorative, di ambedue i sessi, che individualizzano di molto la tematica: il tipo di contratto, il reddito, l’orario di lavoro, il livello di istruzione, la distanza dal posto di lavoro, il luogo di residenza, ecc.

In ultimo, si vuole qui chiudere queste brevi riflessioni, sulla qualità della vita di lavoro in Italia, con una citazione assai più significativa di tanti numeri statistici e che sintetizza assai bene ciò che si può intendere per lavoro sostenibile. Esso rimanda a concetti assai simili quali lavoro decente edignitoso, coniati in ambiente Ilo. La diffusione attuale di tali sinonimi sta a dimostrare come, nel corso degli ultimi anni, essi siano divenuti significativi, in diversi ambiti sociali e culturali, ampiamente volgarizzati presso la pubblica opinione, tanto da essere citati anche in un’enciclica di papa Benedetto XVI, nell’accezione di un tempo di lavoro che meglio favorisce il bene comune.

«Che cosa significa la parola “decente” applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa». (Caritas in Veritate, 2009-63).

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