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Lavoro

IL CASO/ Uomini e donne, una "guerra" che fa male a famiglia e lavoro

Oggi la conciliazione tra vita lavorativa e familiare è sempre più centrale. E spesso si rischia di sottovalutare quelle che sono le esigenze degli uomini, come spiega ACHILLE PALIOTTA

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La situazione generale è, oggi come oggi, radicalmente differente da quella dei decenni precedenti, connotata da una perdurante crisi economica e da una drammatica mancanza di posti di lavoro. È in questo contesto di profondo scompiglio dei sistemi produttivi, e del mercato del lavoro, che a livello individuale, in un crescente numero di persone, può determinarsi un sentimento ambivalente. Da un lato, una forte consapevolezza che l’obiettivo più importante, per se stessi, sia quello di trovare e mantenere un posto di lavoro, e da qui l’elevato livello di soddisfazione, di cui si è detto in un precedente articolo. All’inverso, invece, soprattutto in coloro che hanno già un lavoro, attecchiscono atteggiamenti strumentali verso il lavoro, ovvero la tendenza a ridurre il tempo di permanenza sul posto di lavoro, vale a dire la ferma volontà di inserire, in maniera equilibrata, il tempo di lavoro nel più generale tempo di vita.

A questa sorta di declino della centralità del tempo di lavoro sembra, di conseguenza, corrispondere una maggiore attenzione al rapporto tra lavoro e non-lavoro, e una ricerca della libera e ottimale composizione delle due sfere, congruente, del resto, con l’affermazione del primato della soggettività, quale tratto culturale precipuo delle società economicamente sviluppate. In questo quadro, dunque, la variabile tempo di lavoro, nel duplice senso sia della riduzione che della flessibilità nell’arco non solo della giornata o della settimana, ma anche del più ampio ciclo vitale (dalla giovinezza alla terza età) pare, allora, acquisire un rilievo cruciale, determinante, tanto da far addirittura supporre una continuità, una sorta di indistinzione crescente, tra contesto di lavoro e condizione di vita fuori del lavoro, nell’agire, da parte delle persone, i diversi, e sempre più impegnativi, ruoli professionali e sociali.

Questa dimensione concettuale di cui si è sin qui detto, viene chiamata, nell’ambito delle politiche pubbliche, anche comunitarie, con il termine di conciliazione, di cui qui vale brevemente richiamare la genesi poiché, a tutt’oggi, ancora ne riflette, sostanzialmente, sia gli aspetti positivi che i non pochi limiti, come si vedrà meglio in seguito. La conciliazione nasce, in ogni modo, negli anni Sessanta, con l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, per indicare le modalità con cui esse riuscivano ad agire i ruoli di madre e di lavoratrice, senz’altro con indubbi sforzi e difficoltà quotidiane di vario tipo, e da qui la comparsa di una copiosissima legislazione di sostegno, le pari opportunità.

La conciliazione tra le sfere del tempo di lavoro e quello di vita è una delle cinque dimensioni che è stata investigata a fondo nella Terza indagine Isfol sulla Qualità del lavoro in Italia e comprende, in primo luogo, l’individuazione di quelle caratteristiche del lavoro che favoriscono la conciliazione. In quest’ottica, la caratteristica sicuramente più importante è quella relativa all’orario di lavoro poiché potrebbe non venire valutato solo come una rigida cornice temporale, in cui esplicare la propria attività lavorativa, quanto piuttosto nella sua capacità di favorire o meno un equilibrato rapporto tra le due sfere, prevedendo una relativa permeabilità tra questi due ambiti: ci si riferisce qui, evidentemente, sia alla durata, sia alla modulazione che alla flessibilità dello stesso e quindi, in senso più ampio, alla sua sostenibilità. Altre caratteristiche rilevate dall’indagine sono: la distribuzione del tempo tra impegni lavorativi, privati e famigliari; i tempi di percorrenza fra casa e ufficio; il tempo dedicato alla cura di sé e dei propri cari; ecc.. La qualità del lavoro complessiva è influenzata, difatti, anche dal raggiungimento di un bilanciamento tra queste due sfere e i tempi di lavoro “sostenibili” ne sono un presupposto essenziale.