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IL CASO/ 2. Quattro domande sui precari di Stato

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Detto questo, secondo quanto dichiarato dal Ministro della Funzione Pubblica, ci sarebbero degli esuberi e non è possibile stabilizzare tutti i lavoratori a termine. Quindi si tratta anche di fare qualche “taglio” e non solo di riorganizzare gli uffici. Per l’appunto di problema serio (nazionale) si tratta e, a tal proposito, vorremmo porre qualche domanda:

È giusto che lo Stato continui a fungere da ammortizzatore sociale?

Perché il Sindacato acconsente alla riorganizzazione delle imprese e alla conseguente riduzione dei loro organici e resiste alla possibilità di contratti a termine non rinnovati nel pubblico impiego?

Perché le recenti riforme dell’articolo 18 non si sono estese anche all’ambito della Pubblica amministrazione?

Perché non prevedere interventi di politica attiva e percorsi di ricollocamento specifici per lavoratori in uscita dalle pubbliche amministrazioni?

Probabilmente si potrebbe andare avanti con le domande. Queste sono sufficienti a inquadrare un problema in questi termini: oggi non è più tempo di sprechi e tutti viviamo le difficoltà di questa recessione epocale; tuttavia c’è ancora chi, nonostante tutto, è garantito sempre e comunque, al di là di ciò che produce e al di là delle performance del contesto organizzato in cui opera. La scorsa primavera, pochi mesi prima dell’approvazione della Riforma Fornero, un sondaggio Ipsos reso noto da Rai 3-Ballarò interpellava i dipendenti delle pubbliche amministrazioni e chiedeva loro se fossero d’accordo o meno con l’estensione della riforma dell’articolo 18 anche all’ambito pubblico: il 60% ha detto SI!

Evidentemente in questo Paese non tutto è da buttare e c’è chi, anche nella Pubblica amministrazione, vive il lavoro con responsabilità e dedizione, e non solamente come un diritto a ogni costo. È ora di riscrivere qualche regola e, soprattutto, di non continuare ad aggirare quelle in essere per finalità demagogiche e, anche, clientelari.

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