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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Assegni bassi, lavoratori precari: Marco Biagi non c’entra

DANIELE CIRIOLI fa presente che la Legge Biagi, oltre a non coincidere pienamente col pensiero del suo ispiratore, non ha aumentato il precariato. Caso mai, ha cercato di disciplinarlo

Marco Biagi (Infophoto)Marco Biagi (Infophoto)

La legge Biagi c’entra poco con i problemi pensionistici del sistema previdenziale. È una legge di lotta al precariato che non favorisce carriere discontinue. E, soprattutto, Marco Biagi non pensava di inflazionare il costo contributivo sul lavoro per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Scrivo questo riferendomi all’intervista a Nicola Salerno sulla riforma delle pensioni pubblicata su queste pagine, in cui si discute il problema della “adeguatezza” degli assegni pensionistici dei lavoratori cosiddetti atipici. Nel suggerire una proposta per la risoluzione del problema se ne ricercano le cause e, senza giri di parole, si punta il dito quasi esclusivamente contro la “legge Biagi”, accusandola di aver inventato la precarietà occupazionale e, di conseguenza, anche il problema previdenziale.

Si afferma infatti: è «con l’introduzione della legge Biagi che un numero ingente di persone hanno lavorato in modo discontinuo e precario»; e inoltre: «La legge Biagi ha introdotto delle figure professionali che hanno avuto una carriera frammentata, discontinua, che sono entrate tardi sul mercato del lavoro e hanno lavorato per la maggior parte con contratti non da lavoro dipendente». Infine, viene spiegato il “perché” di tanta precarietà: «Il motivo per cui Marco Biagi pensò di introdurre queste figure atipiche era quello di attivare, a lato del lavoro normale, un canale d’ingresso assoggettato a oneri contributivi più bassi e quindi con un più facile incontro tra domanda e offerta».

Questa lettura degli effetti della legge Biagi è fuorviante. Non si esclude che la legge Biagi abbia qualche sua responsabilità sulle criticità del nostro mercato del lavoro; tuttavia è del tutto infondata l’accusa che la vuole promotrice di “figure professionali che hanno avuto carriere frammentarie e discontinue” o di essere stata causa per “un numero ingente di persone” di un lavoro “discontinuo o precario”. La legge Biagi infatti non ha introdotto alcuna nuova figura professionale, fatta eccezione per il lavoro accessorio, che tuttavia non ha mai aspirato a diventare una normale e ordinaria forma di occupazione. Essa si è limitata a “disciplinare” quei rapporti di lavoro che fino ad allora non avevano dei propri riferimenti normativi o li avevano scarsamente. Così è stato, ad esempio, per il lavoro ripartito e per il part-time; per l’apprendistato e per il contratto d’inserimento che sostituiva il Cfl, il Contratto di formazione e lavoro.