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IL CASO/ Se la legge di stabilità fa contenti solo i disoccupati

Dietro alle impressioni di facciata, la legge di stabilità non risolve i problemi fondamentali del lavoro, dall'occupazione alle imprese. Lo spiega CIRO CAFIERO

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Undicimila richieste di stabilizzazioni del rapporto di lavoro, per effetto della politica degli incentivi prevista dal pacchetto lavoro. Riduzione del cuneo fiscale delle imprese per 5,6 miliardi di euro, a partire dagli sgravi Irap e dalle deduzioni della stessa imposta per le nuove assunzioni sino alla decontribuzione Inail, 172 euro in più in busta paga per i redditi da lavoro superiori a 15.000 euro, che diventano 130 euro per quelli superiori a 25.000 euro, grazie alla legge di stabilità appena varata in Consiglio dei Ministri.

Questo l’attuale bilancio dell’intervento sul lavoro attuato dal Governo in carica. A guardarlo, sembra aver centrato due importanti obiettivi: la creazione di nuovi posti di lavoro nel lungo periodo e l’aumento del potere di acquisto dei lavoratori. Ma in realtà così non è. Si tratta solo di un’impressione. Perché restano irrisolti  i problemi che sono la causa reale dello stallo occupazionale e di quello dei consumi.

Da un lato, il deficit di produttività di cui da circa vent’anni le nostre imprese sono malate, dall’altro, l’assenza di una riforma organica del mercato del lavoro. Questo per un teorema: se le imprese diventano produttive, acquistano la capacità di assumere e di garantire nel tempo l’occupazione; se hanno queste capacità, le utilizzano se possono far uso di forme contrattuali snelle, contro il percorso a ostacoli che allo stato hanno di fronte; se utilizzano queste capacità inducono i lavoratori a confidare di non restare disoccupati in futuro, e quindi a investire in consumi gli aumenti in busta paga come quelli di recente previsti.

Viceversa, malgrado le misure del Governo, le imprese continueranno ad assumere grazie agli sgravi e agli incentivi e a licenziare per la perdita degli stessi sgravi e incentivi; a ricorrere, per far fronte alle temporanee esigenze della produzione, a una flessibilità cattiva; e infine a non dare certezze ai lavoratori che, temendo di restare disoccupati, accantoneranno gli aumenti in busta paga, quando non avranno  dovuto utilizzarli per estinguere i debiti contratti quando disoccupati lo sono già stati.