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IL CASO/ "L'equivoco" del governo che non aiuta il lavoro

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È stato uno dei periodi più fecondi di riforme per il diritto del lavoro. Certo con qualche squilibrio, ma, dati alla mano, capace di facilitare la creazione di milioni di posti di lavoro, con contestuale abbassamento dei tassi di disoccupazione. La Riforma Fornero (2012-2013), con straordinaria intempestività, ha provato a correggere gli eccessi di flessibilità ereditati dal primo decennio del Duemila incentivando migliore occupazione a scapito della maggiore occupazione. Un tentativo che è ancora prematuro giudicare nella sua completezza, ma che è evidente non essere stato in nessun modo d’aiuto nel contrasto alla disoccupazione galoppante che osserviamo dal 2008. Peccando di visione fordista, si è tornati a credere di potere difendere il lavoratore dalla precarietà, come se questa fosse esito della legge, variabile indipendente dell’economia. Diverse visioni, soluzioni opposte.

L’attuale Governo ha ereditato certamente una situazione difficile. Le crisi hanno il vantaggio di rendere molto facile l’individuazione dell’obiettivo (il superamento della crisi stessa), ma lo svantaggio di annebbiare la strada per raggiungerlo. Incentivi all’occupazione, facilitazione del contratto a tempo determinato, semplificazione burocratica in materia di salute e sicurezza, riforma dei centri per l’impiego… Sono tutte misure importanti, ma che hanno bisogno di una visione chiara per non essere contradditorie. Come possono stare insieme l’affermazione della prevalenza del contratto a tempo indeterminato con i contratti sperimentali accennati in Destinazione Italia e abbozzati nelle norme speciali per Expo? Come si coniuga il superamento della acausalità per il tempo determinato con il mancato intervento sulla flessibilità cosiddetta in uscita?

Come non contraddire l’importanza sussidiaria dell’operatore privato nel mercato del lavoro con un Piano Giovani tutto giocato sui Centri per l’impiego pubblici? Come conciliare le parole forti sulla dispersione scolastica con un Decreto scuola che nulla contiene (e probabilmente nulla conterrà dopo la conversione in legge) su alternanza e formazione professionale? Come giustificare l’ambizioso progetto di un ichiniano Testo unico sul lavoro con la più volte declamata tecnica “del cacciavite”?

Meglio poche idee, ma chiare, che tante proposte confuse. Tanto più in un periodo dove lavoratori e imprese chiedono essenzialmente certezza. Il primo programma del Governo Letta in materia di lavoro potrebbe essere proprio questo: chiarire dove vuole andare e poi, certo della strada da percorrere, chiedere a imprese, lavoratori e parti sociali di camminare con lui.

 

Twitter @EMassagli

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