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DISOCCUPAZIONE RECORD/ Cosa non funziona nel mercato del lavoro italiano?

SILVIA BECCIU spiega quali sono i principali fattori che, in Italia, contribuiscono a rendere il mercato del lavoro decisamente poco ricettivo rispetto alla domanda di occupazione

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La disoccupazione giovanile non è mai stata così alta dal lontano 1977: riguarda, secondo i dati dell’Istat diffusi ieri, il 40,4% dei ragazzi italiani tra i 15 e i 24 anni, mentre il tasso di disoccupazione generale segna un nuovo record salendo al 12,5%. Lo sappiamo, quello dell’occupazione è il problema principale che sta affrontando tutto il mondo occidentale, in modo drammatico dall’inizio della crisi economico-finanziaria. Ma cosa non sta funzionando, in particolare, nel mercato del lavoro italiano? Per capirlo più a fondo ci viene in aiuto il secondo Rapporto sul mercato del lavoro della Fondazione Obiettivo Lavoro su cui si è discusso ieri a Roma in un convegno alla presenza del ministro Giovannini. La ricerca analizza, innanzitutto, i principali fattori di occupabilità, rilevando che oltre al titolo di studio (quello universitario garantisce migliori possibilità occupazionali), conoscenze e competenze, hanno un ruolo decisivo tutte quelle caratteristiche personali come la disponibilità ad assumersi responsabilità, “componenti culturali che la società può favorire o sfavorire”, come ha affermato il ministro che ha quindi sottolineato il ruolo decisivo del sistema di formazione e istruzione nell’orientare verso l’occupabilità. Il ministro ha poi aggiunto che “sul tema della formazione dobbiamo superare degli stereotipi, come quello che riguarda il rapporto pubblico-privato e mettere a tema, ad esempio, come stanno facendo in Gran Bretagna, la formazione delle persone in cassa integrazione”. A questo scopo, anche le opportunità di apprendimento e di sviluppo sul posto di lavoro sono decisivi, secondo il Rapporto di FOL, insieme a tutto il sistema dei servizi e alle Agenzie per il lavoro, se superano il semplice ruolo di intermediazione e offrono attività mirate, in particolare per i segmenti più deboli della forza lavoro (stranieri, persone con livello di istruzione medio-bassi, e profili poco qualificati). Il secondo aspetto che la ricerca ha messo sotto la lente d’ingrandimento riguarda le politiche regionali sul lavoro, che spaziano dagli incentivi all'assunzione agli interventi di sostegno all'imprenditorialità, dagli interventi formativi alla c.d. borsa lavoro, dai tirocini ai sistemi "dotali", fino ad arrivare ai "patti di ricambio generazionale".