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IL CASO/ Formazione & lavoro: (ri)spunta un’idea sessantottina che fa male ai giovani

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Falasca, nel suo pezzo, non ha fatto altro che dare voce alle posizioni ministeriali, arrivando, addirittura, a paventare una qualche incostituzionalità delle norme in approvazione. Possibile che nessuno si chieda, al di là delle solite retoriche, perché in Germania la disoccupazione giovanile sia al 7%, mentre da noi è oltre il 40%? Non solo, in Italia l’apprendistato coinvolge solo il 3% dei nostri giovani, mentre in Germania si arriva al 33%.

Senza un cambio di prospettiva è difficile immaginare cos’è possibile fare, per dare una mano concreta ai nostri ragazzi, e quindi al nostro sistema Paese. Le nostre imprese, perciò, vanno aiutate a superare gli ostacoli, i vincoli, i limiti che impediscono un largo utilizzo di questo strumento di inserimento dei nostri giovani, ai vari livelli formativi, nel mondo del lavoro. Perché è tutto il mondo del lavoro che è formativo in se stesso.

Lo stesso Sole 24 Ore ha offerto interventi di altro sapore. Penso qui ai pezzi firmati da Claudio Tucci e da Eugenio Bruno il 1° novembre, un nuovo pezzo di Bruno dell’8 novembre, e, soprattutto, due belle paginate di domenica 9 novembre a firma di Bruno e Tucci e una di Falasca. Coerenza di lettura confermata anche nei giorni successivi. Quello di Falasca del 9 novembre, intitolato “Il lavoro vale per la laurea”, corregge il tiro, rispetto al pezzo del 5 novembre. Riflessioni che noi ritroviamo nei pezzi di Dario Odifreddi, apparsi su queste pagine il 22 agosto, il 13 e il 16 ottobre.

Richiamare a viva voce il valore dell’istituto dell’apprendistato da considerare come il canale privilegiato per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, lungo tutta la filiera formativa, è davvero dare una mano alle giovani generazioni. Oltre i soliti slogan, per lo più di facciata.

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