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PENSIONI/ Ocse: i precari di oggi rischiano di uscire dal lavoro senza alcun sussidio

Pubblicato uno studio dell'Ocse dal quale si ricava che l'Italia ha gli stipendi medi più bassi e le pensioni dei precari sono a rischio. Ecco cosa dice il documento

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Dati allarmanti quelli diffusi dall'Ocse in merito al sistema pensionistico attuale. Oltre a osservare che in Italia ci sono gli stipendi in media tra i più bassi se non i più bassi dell'Europa. I contributi previdenziali sono però alti, ma questo non serve a garantire in futuro una pensione soprattutto per i cosiddetti precari di oggi che rischiano, una volta terminato il loro corso lavorativo, di avere pensioni molto basse se non addirittura nulla con il conseguente rischio di povertà. Il rapporto Pensions at glance reso noto oggi dice nel dettaglio che i nostri salari sono sotto alla media europea: nel 2012 in media un lavoratore guadagnava 28.900 euro all'anno (38.100 dollari) mentre la media Ocse è di 42.700 dollari. Gli svizzeri, per fare qualche esempio, ne guadagnavano 94.900 e i norvegesi 91.000. In fondo alla classifica i messicani con 7300 dollari e gli ungheresi con 12500. Per quanto riguarda le pensioni, 'Italia avrebbe il tasso di contributi previdenziali più alti dopo soltanto all'Ungheria.  Il nostro tasso nel 2012 era del 33% rispetto al reddito lordo contro la media Ocse che è del 19,%. Procedendo nello studio, viene detto come grazie alla riforma Fornero si è giunti a un passo importante per garantire la sostenibilità finanziaria delle pensioni visto che nel 2009 avevamo il sistema più costoso d'Europa. Ma tale riforma, si legge ancora, "non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro, soprattutto se esistono meccanismi che consentono ai lavoratori di lasciare il mercato del lavoro in anticipo". Con questo si viene a sapere che "l'adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema" per tutti coloro che hanno carriere intermittenti e per i precari: si tratta di persone, si legge, a rischio povertà nella loro vecchiaia. "Lavorare più a lungo potrebbe aiutare a compensare parte delle riduzioni ma, in generale, ogni anno di contributi produce benefici inferiori rispetto al periodo precedente tali riforme" è la conclusione.

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