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CUNEO FISCALE/ Il “jolly” di Letta per tagliare le tasse sul lavoro

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Forse conviene allora tornare al piano A, quello ipotizzato sin da principio dal governo. Un taglio incrementale del cuneo, che negli anni va a liberare risorse finalizzate alla riduzione della tassazione sul lavoro. E qui si torna alla critica di partenza: non rischiano di essere sacrifici senza apprezzabili ritorni? Vero. Infatti, il governo dovrebbe fare una scelta. Senza spendere un euro in più della riduzione prevista dalla legge di stabilità, dovrebbe individuare i settori che hanno maggiori possibilità, nel breve periodo, di trarre un più forte beneficio dal taglio del cuneo in termini di capacità di creare occupazione, di disponibilità alla ricerca e all’innovazione, di ritrovata competitività internazionale. E accordare loro un taglio verticale, con un impatto decisamente più efficace rispetto al “tagliare poco, ma orizzontalmente”.

Significa, in altri termini, adoperare rilevanti scelte di politica industriale e utilizzare il taglio del cuneo per interventi mirati a una ripresa che, a partire da settori circoscritti e specifici, porti nel breve un beneficio all’intero Paese. In attesa di poter tagliare maggiormente (e per tutti) il cuneo fiscale, senza per questo dover sacrificare la spesa pubblica che, al di là della (non del tutto infondata) retorica degli sprechi, consente di mantenere un sistema di welfare inclusivo.

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