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Lavoro

CUNEO FISCALE/ Il “jolly” di Letta per tagliare le tasse sul lavoro

Il taglio del cuneo fiscale, per come previsto nella legge di stabilità, sembra portare a risultati esigui. TOMASO GRECO ci spiega come poterlo modificare perché abbia più efficacia

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Per come è configurato dalla legge di stabilità, il taglio del cuneo fiscale dovrebbe segnare un +14 euro a fine mese per le tasche dei lavoratori con un imponibile Irpef compreso tra i 15.000 ai 20.000 euro all’anno (che corrispondono a stipendi mensili che vanno da 950 a 1250 euro). Sono dati elaborati dalla Cgia di Mestre. Poco, quasi impercettibile, il vantaggio reale per aziende e lavoratori. Vantaggio che nella congiuntura attuale potrebbe addirittura non avere un effetto apprezzabile su consumi e domanda interna. Il rischio vero è che il taglio del cuneo, per quanto contenuto, rappresenti per le casse pubbliche un sacrificio non indifferente, a fronte di una ricaduta sul sistema Paese molto limitata.

Non è un caso se, negli ultimi giorni, in molti hanno chiesto un taglio più coraggioso all’esecutivo. Taglio coraggioso che, ahinoi, fa inevitabilmente anche rima con più costoso. Come trovare la copertura finanziaria a una più sostanziosa sforbiciata al cuneo è però argomento che divide forse anche più di quanto l’idea stessa del taglio unisca.

C’è chi propone una riduzione della spesa pubblica complessiva, come se si potesse tecnicamente fare su due piedi. Di questa ipotesi andrebbero poi valutate attentamente le conseguenze, non solo politiche, ma anche economiche. Difatti Stefano Fassina, viceministro dell’Economia, fa i conti del possibile taglio effettuato attraverso la riduzione della spesa pubblica. E il “preventivo”, per i 50 milioni recuperati a favore di un consistente taglio del cuneo, si traduce in un intervento brutale “sulle condizioni di vita delle persone con minori opportunità e, soprattutto, le classi medie”. Il viceministro compila un breve elenco degli asset dei quali lo stato sociale dovrebbe, in quella ipotesi, spogliarsi: servizio sanitario pubblico universale, capacità formativa e promozionale della scuola pubblica, circa un milione di dipendenti pubblici lasciati a casa.

Non so come la pensino politicamente i lettori, ma quali che siano le loro simpatie converranno che un taglio del genere in un momento di crisi e dopo anni di profondissima crisi equivarrebbe al colpo del knock out per l’Italia. Significherebbe riprodurre in laboratorio e volontariamente lo spettro del default.

Cestinata questa ipotesi, assistiamo a una pluralità di proposte volte a recuperare quattrini nell’immediato per il taglio: chi attraverso una riduzione di altre spese (ad esempio, gli F-35), chi attraverso nuove imposte (ad esempio, una finanziaria di scopo). Proposte sulle quali si potrebbe discutere delle ore, se non fosse che confondono spese in conto capitale con tagli permanenti. Detta in parole povere, se anche le casse pubbliche si garantiscono una extra-disponibilità nel presente attraverso maggiori imposte o minori spese straordinarie, non riescono a coprire nel medio periodo una riduzione permanente.