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Lavoro

BONUS GIOVANI/ L'asso di Letta contro i Beppe Grillo dell'occupazione

Beppe Grillo (Infophoto)Beppe Grillo (Infophoto)

L’operazione, che partirà l’anno prossimo sotto l’egida dell’Unione europea, con l’apporto di 1,5 miliardi in due anni, potrebbe costituire un punto di svolta nelle politiche attive del lavoro mettendo finalmente alla prova, in modo sinergico, i centri pubblici per l’impiego e le agenzie private, inducendoli a perseguire il risultato quale condizione del finanziamento. Evitando soprattutto di assumere nuovi operatori nei centri pubblici con il pretesto che da noi il loro numero è largamente inferiore a quello di altri paesi europei.

Le parole d’ordine tra il settore pubblico e quello privato devono essere: divisione dei compiti ma integrazione delle funzioni; collaborazione; reti; sussidiarietà. Al sistema pubblico - come elemento unificante - deve essere riservato al massimo la presa in carico del giovane, ma il suo placement deve essere affidato a chi, in quella determinata realtà, è in grado di farlo nel migliore dei modi, quanto al risultato: in generale, le agenzie private. Analoghe considerazioni valgono per i percorsi formativi. 

Tutto bene allora?  Attendiamo esiti più definiti e consolidati. Restiamo dell’opinione, però, che nessun vantaggio derivante da un incentivo economico sia in grado di superare lo svantaggio intrinsecamente connesso a un disincentivo normativo (in particolare, la rigidità in uscita).  Tale considerazione ci induce a chiedere al ministero del Lavoro dove sono finiti i contratti Expo, la sola misura che avrebbe avuto un carattere strutturale, seppur limitato nel tempo, nell’ambito di quelle del pacchetto Giovannini. Purtroppo non se ne parla più benché ancora una volta dobbiamo constatare che, per dare lavoro, è molto più utile togliere di mezzo - per di più senza oneri - qualche opprimente vincolo normativo all’assunzione (e alla risoluzione del rapporto), piuttosto che distribuire incentivi economici con l’ossessione della stabilità d’impiego.

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