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CUNEO FISCALE/ Il taglio “demagogico” che può far male al lavoro

Sul cuneo fiscale è arrivato il momento di decisioni squisitamente politiche. L’alternativa è una riduzione dall'impatto prettamente psicologico. L'analisi di TOMASO GRECO

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In tema di cuneo fiscale in Italia si va realizzando un paradosso. Difatti il colpo di forbice, a più riprese invocato da parti diverse (ora la Confindustria, ora i sindacati, ora i sindaci, ora i piccoli imprenditori), sembra essere una manovra dal consenso trasversale, quando non addirittura unanime. Così viene promesso, discusso, fatto oggetto di dibattito politico. Naturale del resto che sia così, perché è appunto la politica a cui spetta operare il taglio del cuneo. In parte viene anche realizzato.

Il paradosso sta nel fatto, però, che si parla di cuneo fiscale in termini quantitativi e in termini politici, ma mai in termini di politiche. Può sembrare un lezioso gioco di parole, fuori luogo su una materia tutt’altro che leziosa. Ma la questione è tutt’altro che secondaria. Un taglio del cuneo, anche significativo, non può essere da solo elemento di ripresa economica. Rappresenta certamente una boccata di ossigeno nei confronti di un’economia produttiva annichilita da (ormai) anni di crisi, dove i tagli alla voce lavoro si sono quasi sempre declinati in tagli al lavoro, con le conseguenze sociali disastrose e dirette che sono sotto gli occhi di tutti.

Con una riduzione del cuneo, il lavoro costerà meno, rimanendo però costante l’occupazione. È un obiettivo, certo. Ma slegato da una visione politica di riduzione del cuneo rischia di diventare un obiettivo di brevissimo termine. O, per dirla fuori dai denti, una pezza.

Senza entrare nel merito e semplificando, possiamo dire che una riduzione del cuneo diventa una minore introitazione per le casse pubbliche, che in via teorica può essere affrontata attraverso tre diversi indirizzi politici: una riduzione della spesa pubblica pari alla minore introitazione; un aumento di altre imposte pari alla minore introitazione; un aumento complessivo dei lavoratori, tali da compensare la minore contribuzione individuale con una contribuzione più diffusa.

Dopo una ubriacatura “tecnica”, nella quale sembrava che ci fosse un’unica soluzione possibile ai mali d’Italia e che alla politica spettasse il ruolo da spettatrice (il più possibile defilata), su un tema così dibattuto come il cuneo fiscale sembra arrivato il momento di scelte squisitamente politiche. L’alternativa è la non-scelta, che si traduce, in termini economici e pratici, in una riduzione del cuneo marginale, poco significativa, dall’impatto tutt’al più psicologico. Una riduzione demagogica e poco (ma molto poco) più.