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La priorità per il 2014 è cambiare il lavoro

L’elezione di Matteo Renzi potrebbe portare importanti riforme nell’ambito del lavoro, attraverso l’adozione del Job act. ANTONIO BONARDO ci aiuta a capire in che modo

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Nel recente discorso con cui il Premier Letta ha chiesto la fiducia alla nuova maggioranza venutasi a creare dopo l’uscita di Forza Italia, la parte sul lavoro non ha enunciato nulla di sostanzialmente nuovo. Si è ribadito l’obiettivo di implementare da gennaio 2014 la Garanzia Giovani (la misura pensata dall’Europa per affrontare il dramma della disoccupazione giovanile) e l’impegno a destinare automaticamente alla riduzione del costo del lavoro tutti i proventi derivanti dai tagli di spesa operati dalla spending review. Nessun significativo cambio di passo, dunque, rispetto al tran tran che ha caratterizzato sin qui gli otto mesi trascorsi dall’insediamento dell’esecutivo Letta.

È però vero che un fatto nuovo in queste settimane è accaduto: l’elezione plebiscitaria di Matteo Renzi (e del suo programma marcatamente riformista!) alla segreteria del Pd potrebbe rappresentare quell’elemento di forte discontinuità di cui l’Italia ha urgente necessità, se non vuole soccombere definitivamente. Per la fine di gennaio è attesa dunque l’elaborazione del suo piano per il lavoro (Job act). Dalle prime analisi dei documenti preparati dallo staff di Matteo Renzi per le ultime due primarie cui ha gareggiato, possiamo prevedere alcune linee di indirizzo: 1) la netta semplificazione del nostro pletorico e ingarbugliato diritto del lavoro, rendendolo traducibile in inglese; 2) l’introduzione universale delle politiche attive del lavoro, facendo in modo che la protezione del lavoratore non sia più legata alla sussistenza del posto di lavoro (se questo nella realtà non esiste più), ma avvenga nel mercato del lavoro, attraverso percorsi di ricollocazione ed eventuale riqualificazione professionale; 3) una nuova centralità per il contratto di lavoro a tempo indeterminato, reso flessibile in uscita dietro indennizzo per i neo-assunti, e non più inamovibile come accade oggi. Con la contestuale abrogazione di tutte le forme supposta di flessibilità, (tipo i co.co.pro.) che nei fatti si sono dimostrate prevalentemente degli strumenti contrattuali abusati per aggirare l’ostacolo di un contratto a tempo indeterminato con regole ormai impraticabili in una moderna economia globalizzata.

Sicuramente si tratterebbe di proposte capaci di portare una forte modernizzazione nel nostro mercato del lavoro. Notiamo che la realizzazione di questo progetto di flexicurity potrà trovare grande ausilio dalle Agenzie per il lavoro, per due aspetti: