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JOB ACT/ Renzi e la guerra (inutile) sull'articolo 18

Prima di qualunque nuova riforma del mercato del lavoro, spiega TIZIANO TREU, è opportuno estendere le tutele come gli ammortizzatori sociali ai milioni di lavoratori che non le hanno

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

In zona Renzi spira un vento di riforme del mercato del lavoro. Ma di quali riforme? Il neosegretario del Pd, in campagna elettorale, aveva fatto della semplificazione della normativa e del rilancio dell’occupazione alcune tra le sue bandiere. Ma non era mai sceso nei particolari. Qualche dettaglio in più lo hanno fornito i suoi. La sua segreteria sta mettendo a punto il job act, un pacchetto di misure che dovrebbe rivoluzionare il sistema. Il responsabile Welfare, Davide Faraone, in particolare, aveva fatto sapere che «la stella polare è il modello scandinavo, la flexicurity, che avevamo già lanciato 4 anni fa alla Leopolda». Tra i principi cardine dello schema renziano, in un primo momento, c’era l’abolizione dell’articolo 18 per i nuovi assunti: si era parlato, nei casi di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo, di lasciare come tutela solamente l’indennizzo e di cancellare del tutto la possibilità di reintegro. Tutto questo, per favorire la lotta al precariato. Secondo i renziani, i  datori di lavoro potrebbero offrire ai nuovi assunti, a fronte della perdita di alcune tutele, contratti a tempo indeterminato e stipendi più alti. Idee destinate a incendiare il clima sociale. Renzi, infatti, accortosene immediatamente, ha fatto, successivamente, una parziale retromarcia e ha fatto sapere che, in realtà, il problema non è affatto l’articolo 18, ma creare nuovi posti di lavoro, garantendo sussidi e una veloce ricollocazione a chi non ce l’ha.  Abbiamo fatto il punto sulla situazione con Tiziano Treu, professore di Diritto del lavoro presso l'Università Cattolica di Milano.

Cosa ne pensa delle proposte dei renziani?

Parlare di “modelli”, tanto più se scandinavi, significa già di per sé partire con il piede sbagliato.

Lei cosa suggerisce?

Di pensare, seriamente, a tutte quelle misure che siano adeguate e applicabili al sistema italiano. Magari, tenendo in considerazione i provvedimenti adottati dagli altri paesi europei; non necessariamente quelli del nord. Quelli a noi più vicini vanno benissimo. Anzitutto, quindi, va tenuta presente tale impostazione di metodo.

Nel merito, invece, come valuta la flexicurity?

È una gran bella cosa. Quella europea, però, presuppone anzitutto che ci sia la “security”.

Cosa intende dire?

In Italia, le tutele previste per i disoccupati sono del tutto parziali. Milioni di persone non possono godere di alcuna garanzia. Per prima cosa, occorre estendere universalmente gli ammortizzatori sociali. Inoltre, vanno implementati e potenziati tutti quegli strumenti che consentano, a chi è senza lavoro, di ricollocarsi nel minor tempo è possibile.

In tal senso, Renzi ha parlato della necessità di potenziare i sussidi di disoccupazione, legandoli a sistemi efficienti di ricollocamento