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IDEE/ Giovani e lavoro, i soldi che possono tagliare gli sprechi

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Proteggere i diritti e tutelare il reddito sono mestieri molto diversi rispetto a sviluppare le competenze, incoraggiare il merito, attirare le eccellenze e incrociare domanda e offerta di lavoro. Si è finito quindi per creare un mix di mercato in cui l’assistenzialismo e le politiche attive si sono mescolati, rendendo poco chiaro e trasparente dove finiscono i primi e dove iniziano i secondi. Dall’altro lato la presenza di fondi in eccesso ha consentito di creare strutture inefficienti e non in grado di dare servizi effettivi a chi cerca lavoro.

Un caso rappresentativo in tal senso è costituito dai centri per l’impiego. Sopravvissuti alla fine del monopolio del collocamento statale si sono moltiplicati in ambito provinciale, svolgendo servizi senza aver ben chiara la mission per la quale sono stati istituiti. Da un lato si sono messi in concorrenza con gli operatori privati sul mercato facendo intermediazione, formazione e ricollocazione in modo generalista, dall’altro hanno assunto personale direttamente, in modo spesso poco chiaro, com’è successo in molte delle società partecipate dagli enti pubblici. È emblematico che gli ultimi ministri del lavoro abbiano ragionato “a porte chiuse” su come sbarazzarsi del loro personale (circa 9000 dipendenti). Stesso discorso si potrebbe fare per i precari di Italia Lavoro e per molti altri dipendenti pubblici.

I dipendenti dei centri per l’impiego e delle altre strutture pubbliche che si occupano di occupazione sono quindi dei professionisti che possono accompagnare i giovani nella ricerca di un lavoro o sono essi stessi dei lavoratori che hanno bisogno di essere ricollocati? Un centro per l’impiego pubblico deve dare supporto a chiunque perde il lavoro o solo a quelle categorie sociali particolarmente svantaggiate?

Queste domande sono particolarmente importanti ora che bisogna decidere come gestire i fondi della Youth Guarantee. Da un lato la politica, vari enti del settore pubblico (ministeri, Regioni…), i sindacati e le associazioni di categoria vedono nella disponibilità di fondi europei l’ultima spiaggia per mantenere strutture stremate dai vincoli di finanza pubblica. Dall’altro lato gli operatori privati, le Agenzie per il lavoro in larga misura, anch’esse acciaccate per un lungo periodo in cui hanno dovuto offrire servizi percepiti come di scarso livello, in un contesto normativo incerto e con la concorrenza più o meno diretta del settore pubblico e delle misure di sostegno al reddito, vedono la possibilità di lanciare una volta per tutte i loro servizi, sviluppando quella visione di mercato del lavoro flessibile (in senso buono) che migliori la competitività delle aziende e la competenza dei lavoratori.