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IL CASO/ Lavoro, a Natale "carbone" per Letta, Alfano e Renzi

L’Europa ha stilato un piccolo rapporto su come è cambiata, negli ultimi 10 anni, la condizione dei lavoratori italiani. GIANCAMILLO PALMERINI ci spiega che quadro ne è emerso

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La tradizione vuole che, stanotte, come ogni vigilia di Natale, Babbo Natale sia sceso dal camino e abbia lasciato ai bambini che si sono comportati bene un sacco di regali e di giochi colorati. Se Santa Claus fosse l’Osservatorio europeo sulle condizioni di lavoro, alla piccola Italia non sarebbero arrivati molti regali, ma forse, più probabilmente, tanto carbone duro e nero per l’Epifania. L’Europa, infatti, in questi giorni ha stilato un piccolo rapporto su come è cambiata, negli ultimi 10 anni, la condizione dei lavoratori italiani e i giudizi sembrano essere, ahimè, generalmente poco positivi.

I cambiamenti strutturali avvenuti in questi anni, si sostiene, hanno creato, complessivamente, più posti di lavoro poco qualificati e maggiore insoddisfazione dei lavoratori. Tutti gli indicatori sulla qualità del lavoro in Italia mostrano, infatti, che i lavoratori dipendenti, almeno a partire dal 2004, sono diventati progressivamente sempre meno felici e soddisfati del proprio lavoro.

Il rapporto esamina, quindi, la qualità del lavoro attraverso la misurazione di alcuni indicatori quali la stabilità del lavoro e la corrispondenza tra livelli salariali, modalità di lavoro e qualifiche possedute dal lavoratore, esaminando in particolare le disuguaglianze tra i sessi, le classi di età, le aree geografiche e le nazionalità.

Analizzando il tema del lavoro precario si osserva come questo rappresenti solamente il 12% del complesso della forza lavoro del Paese, ma tale percentuale arriva al 21% se si considera la sola componente femminile. È, inoltre, da sottolineare come si sia drasticamente ridotto il tasso di trasformazione da soluzioni contrattuali non permanenti a contratti stabili a tempo indeterminato. Se nel biennio 2004/2005 potevamo parlare del 26%, in pochi anni questa percentuale è arrivata, e facciamo riferimento al 2010, sotto al 21% (poco più del 18% nel caso delle donne lavoratrici).

Da altro punto di vista, se nel 2004 un lavoratore atipico su cinque era in tale condizione da almeno cinque anni (il rapporto descrive questo fenomeno come la “trappola della precarietà”), questa percentuale è leggermente calata e nel 2011 (i dati, ahimè, utilizzati non sono troppo aggiornati) si fermava al 19,2% (nel 2008 si era scesi addirittura al 18,3%).