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JOB ACT/ Flessibilità e contratto unico, il doppio "abbaglio" di Renzi sul lavoro

Per MAURIZIO DEL CONTE, l’occupazione non si rilancia né con il contratto unico né con la flessibilità in entrata e in uscita, ma servono minori rigidità nell’organizzazione dell’azienda

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

«Quelli di Renzi sono solo slogan. L’occupazione non si rilancia né con il contratto unico, né con la flessibilità in entrata e in uscita. Ciò che occorre è una riforma che preveda agevolazioni per la riqualificazione dei lavoratori e minori rigidità nell’organizzazione dell’azienda». Lo sottolinea Maurizio del Conte, professore di Diritto del lavoro all’Università Bocconi, a proposito dell’attuale dibattito sul Job Act proposto da Renzi. I dati documentano che le recenti riforme del lavoro in Spagna, Portogallo e Grecia hanno ridotto notevolmente il costo del lavoro pur senza creare nuovi posti. Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, è intervenuto sulle proposte del segretario del Pd, sottolineando come “noi abbiamo incentivato la trasformazione di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. Il contratto unico non può essere la sola strada ma può essere un aiuto. Comunque non c'è uno strumento che può valere per tutte le imprese”.

Professor Del Conte, che cosa ne pensa di quanto affermato dal ministro Giovannini?

Sono d’accordo con lui, in quanto la complessità dei rapporti di lavoro è irriducibile a un’unica fattispecie. Invece di compiere un’opera di semplificazione, con il contratto unico si rischia di fare del semplicismo creando ulteriori problemi. L’idea che “One size fits all” va bene per i berrettini da baseball, ma non per i contratti di lavoro. Bisogna conoscere il mercato del lavoro e sapere quanto è complesso per capire che c’è bisogno di apprendisti, contratti a termine, collaborazioni autonome, contratti a tempo indeterminato e somministrazione. Non mi farei quindi trascinare dall’idea del contratto unico, perché mi sembra più uno slogan che una soluzione.

Perché la flessibilità non produce occupazione?

Per quanto si voglia intervenire sulla disciplina dei licenziamenti e dei contratti d’ingresso, ciò non muta il saldo complessivo degli occupati. Lo documenta un’osservazione di lungo periodo. Se noi guardiamo alle varie riforme del lavoro realizzate in diversi paesi nel corso degli anni, notiamo come in realtà non abbiano modificato i numeri dell’occupazione.

Quanto incide il cuneo fiscale sulla possibilità delle imprese di fare nuove assunzioni?