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Lavoro

IL CASO/ Così Letta può "rottamare" Renzi (e respingere la troika)

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Queste caratteristiche sono essenziali nell’industria che compete sul mercato internazionale, ma diventano sempre più decisive nei servizi che oggi rappresentano la parte preponderante del prodotto lordo e il terreno sul quale si cimenta la nuova concorrenza. Non si tratta solo di call center in India o in Albania, ma di finanza, comunicazioni, logistica, trasporti, tutti i pilastri della nuova infrastruttura economica. Ebbene, in ciascuno di essi l’Italia è indietro.

Mentre la manifattura ha saputo difendere la sua quota di commercio internazionale, i servizi italiani non sono da Paese avanzato. E proprio qui s’annidano le peggiori incrostazioni del lavoro. Dai bancari ai telefonici, dai postini ai ferrovieri, per non parlare degli statali, i dipendenti del terziario in Italia sono rimasti indietro di decenni. Basti guardare a quanti di loro parlano una lingua straniera in un Paese ormai invaso dal turismo di massa. O si pensi all’utilizzazione minima di internet mentre ovunque tutto si fa online. Alla bassa qualità della forza lavoro s’accompagnano maggiori rigidità dei salari, degli orari, dell’utilizzo del lavoro, esattamente il contrario di quel che avviene nell’industria sottoposta alla concorrenza internazionale.

È un paradosso e un’ingiustizia: tutto il dibattito resta concentrato sugli operai e i tecnici delle fabbriche, mentre il ventre molle dell’Italia è nel terziario e nella Pubblica amministrazione che negli anni ha spuntato retribuzioni più elevate rispetto all’industria mantenendo orari di lavoro ridotti e privilegi borbonici, come ad esempio la rigidità territoriale o funzionale (ogni spostamento può essere solo consensuale con il risultato di congelare squilibri storici e crearne di nuovi).

La proposta Renzi affronta questi buchi neri? Non del tutto. Il suo contratto d’ingresso, pur interessante, non risolve il problema di creare davvero un contratto unico di base, lasciando poi spazio alla contrattazione aziendale, questione chiave anche e soprattutto nei servizi. I privati che sono entrati nella logistica e nei trasporti o hanno usato lavoratori immigrati o hanno ottenuto contratti ad hoc, così si è creata una giungla di eccezioni del tutto fuori controllo.

L’altra questione irrisolta riguarda gli ammortizzatori sociali. Renzi apre il dossier, però non lo chiude. Aumentare la flessibilità in uscita richiede non solo nuove procedure di arbitraggio tra risarcimento e reintegro, ma soprattutto una vera indennità di disoccupazione, collegata a un sistema di ricerca del lavoro efficiente e funzionale. Si può fare a parità di costi? Probabilmente no. Prolungare l’Aspi dagli attuali otto mesi a due anni costa 30 miliardi secondo le stime di Elsa Fornero.


COMMENTI
28/12/2013 - Reaganomics e studio Fmi su Tasse e Pil (Carlo Cerofolini)

La flessibilità è certamente una via necessaria da seguire per aumentare l’occupazione, ma assolutamente insufficiente se non c’è domanda – ma anzi questa diminuisce - quindi deve fare solo parte di un disegno molto più ampio che deve avere come stella polare la Reaganomics, ovvero (molto) meno stato e più mercato e abbattimento della pressione fiscale. A questo proposito dicono niente la curva di Laffer e il recente studio Fmi di Blanchard & Leigh, in cui si evidenzia che per ogni euro preso con le tasse in spending – come hanno fatto soprattutto Monti e Letta - diminuisce del 3% il Pil?