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Lavoro

IL CASO/ Così Letta può "rottamare" Renzi (e respingere la troika)

Matteo Renzi ha proposto un intervento sul mercato del lavoro. STEFANO CINGOLANI ci spiega perché l’Italia deve operare delle riforme al più presto in questo campo

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La recessione ha lasciato dietro di sé una lunga, lunghissima scia di disoccupati. È questa l’eredità più pesante della crisi e la ripresina in vista non riuscirà a creare abbastanza posti per tornare al livello precedente. Ecco perché occorre fare tutto il possibile per rimuovere gli ostacoli che bloccano il mercato del lavoro. Matteo Renzi ha lanciato una proposta che ha già diviso il suo partito, il Pd, e ha aperto una vasta discussione. Bene. Bisogna smuovere le acque. Purtroppo, la sua idea è già stata sommersa da un mare di “no, non si può”. Le motivazioni sono come al solito le più diverse: ideologiche, sociologiche, economiche; teoria e prassi s’inseguono in un tourbillon che ha il solo obiettivo di fermare gli orologi su un tempo passato per sempre. Eppure, a quel nodo non si sfugge o lo si scioglie o qualcun altro lo taglierà per noi, magari di nuovo la Bce, un diktat di Bruxelles o, peggio ancora, un’altra tempesta sui mercati.

Renzi propone un contratto per i nuovi assunti senza l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che impedisce il licenziamento senza giusta causa. Un lungo elenco di soloni di sinistra (ed è ovvio), ma anche di destra (meno scontato, seppur comprensibile), ha già obiettato che non è questa la priorità, che se non aumenta la domanda non crescono nemmeno i posti di lavoro, che in Spagna il taglio dei salari e dei diritti acquisiti non ha ridotto la disoccupazione, e via via sentenziando.

Molte di queste asserzioni sono giuste e sensate, sia chiaro, ma qui non si tratta di sostenere un esame universitario, né di cimentarsi in un esercizio di retorica e dottrina. No, bisogna invertire un’aspettativa, una convinzione radicata (e fondata), quella secondo la quale l’Italia non ha adeguato le sue norme alla condizione del lavoro nell’epoca dalla globalizzazione. È questo il punto. La rigida difesa di chi ha un posto fisso e magari è avanti nella sua progressione professionale ha tenuto i giovani in un limbo di sotto-impiego e basso salario.

Il tema non è esattamente nuovo. Di dualismo, di conflitto tra garantiti e non, si discute in realtà da decenni. Ma nel momento in cui la concorrenza tra la forza lavoro si fa non più su scala nazionale, ma mondiale, è folle perdere tempo in cavilli. Il lavoro deve essere flessibile, la formazione permanente, la qualità professionale elevata se si vuole guadagnare una paga superiore a una media che scende sempre più in basso per la concorrenza dei paesi in via di sviluppo.


COMMENTI
28/12/2013 - Reaganomics e studio Fmi su Tasse e Pil (Carlo Cerofolini)

La flessibilità è certamente una via necessaria da seguire per aumentare l’occupazione, ma assolutamente insufficiente se non c’è domanda – ma anzi questa diminuisce - quindi deve fare solo parte di un disegno molto più ampio che deve avere come stella polare la Reaganomics, ovvero (molto) meno stato e più mercato e abbattimento della pressione fiscale. A questo proposito dicono niente la curva di Laffer e il recente studio Fmi di Blanchard & Leigh, in cui si evidenzia che per ogni euro preso con le tasse in spending – come hanno fatto soprattutto Monti e Letta - diminuisce del 3% il Pil?