BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

IL CASO/ Benefit e welfare: i "regali" che un'azienda può fare ai lavoratori

Può ancora accadere che qualche imprenditore decida di distribuire ai propri dipendenti premi, buoni regali o servizi, in aggiunta alla retribuzione. LUCIANA D'AMBROSIO ci spiega come

InfophotoInfophoto

Per fortuna, può ancora accadere che qualche imprenditore decida di distribuire ai propri dipendenti premi, buoni regali o servizi, in aggiunta alla normale retribuzione. Spesso tale erogazione viene messa in pratica proprio nel periodo di fine anno, ma al di là delle ricorrenze natalizie vi è di solito la volontà di riconoscere ai lavoratori l’impegno singolarmente o collettivamente dimostrato, o semplicemente di condividere con essi il generale buon andamento di una società.

Quali sono oggi gli strumenti che permettono tale pratica? Per rispondere alla domanda è doveroso partire da una breve premessa “storica”: fino al 28 maggio 2008 la lettera b) del comma 2 dell’art. 51 del TUIR stabiliva l’esclusione dal computo del reddito per il lavoratore:

Delle cosiddette erogazioni liberali in denaro riconosciute in occasione di festività e ricorrenze alla generalità di dipendenti o ad alcune categorie, fino a un limite massimo delle “vecchie” 500 mila lire, oggi 258,23 euro (quindi solo la parte eccedente tale limite costituiva reddito);

Senza limiti, dei sussidi occasionali concessi anche a singoli dipendenti per rilevanti esigenze personali e familiari (per esempio: matrimonio, nascita di un figlio o un lutto in famiglia).

Tuttavia, gli interventi legislativi successivi (D.L. 27/05/2008 n. 93) che hanno introdotto la detassazione al 10% delle somme correlate a incrementi di produttività, hanno contestualmente soppresso la citata norma a decorrere dal 29 maggio 2008, facendo così venir meno le due previsioni di esclusione dal reddito delle erogazioni liberali e dei sussidi occasionali. Con tale abrogazione, oggi quale unica possibilità per corrispondere ai dipendenti liberalità non tassate rimane solo la possibilità che le stesse siano erogate in natura (sottoforma di beni o servizi o di buoni rappresentativi degli stessi), utilizzando la previsione contenuta nell’ultimo capoverso dell’articolo 51, comma 3, relativa ai cosiddetti fringe benefit.

Per utilizzare tale forma di erogazione, il datore di lavoro può, ad esempio, stipulare convenzioni con esercenti della grande distribuzione, in base alle quali i dipendenti possano acquistare beni di largo consumo, fino all’importo non tassato di 258,23 euro, dietro presentazione di apposite tessere o buoni. Oppure stringere accordi in base ai quali il datore di lavoro interviene nel pagamento di ogni spesa per una percentuale stabilita, prevedendo magari l’utilizzo di tessere magnetiche che permettano di monitorare gli importi e, quindi, di evitare di superare l’importo della franchigia di 258,23 euro da calcolarsi sulla percentuale di spesa direttamente pagata dal datore di lavoro.

Occorre infatti notare come mentre la disposizione abrogata (comma 2, lettera b) dell’art. 51) stabiliva l’esclusione dal reddito di una somma (franchigia) per le erogazioni liberali (date per spirito di liberalità in determinate occasioni e alla generalità dei dipendenti), il comma 3 (disposizione che rimane in vigore) stabilisce l’esclusione dal computo per i compensi in natura (cioè quelli dati sottoforma di beni o servizi) entro un valore massimo al superamento del quale l’intero valore concorre alla determinazione del reddito di lavoro dipendente.