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Lavoro

IDEE/ Le "istruzioni" ai giovani per trovare lavoro

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È così complicato immaginare una sperimentazione delle Regioni con “contratti di ricollocazione”, riprendendo quindi esperienze del nord-Europa? Non basta, cioè, puntare sulle politiche passive del lavoro, col semplice sostegno al reddito, ma ci vogliono anche le politiche attive, in vista di forme concrete di inserimento nel mondo del lavoro. Con sussidi condizionati da questi effetti concreti, non a prescindere. Un grande limite non solo italiano. Per spingere all’accertamento non delle intenzioni, ma dei risultati, dati alla mano, si potrebbero prevedere agenzie private di “outplacement” (accompagnare le persone in uscita da un’azienda verso nuove opportunità professionali), mediante voucher erogati dalle stesse Regioni e riscattabili solo sulla base degli effettivi inserimenti, quindi con concreti posti di lavoro. Ma forse ha ragione Romano Prodi, che pochi giorni fa ha detto: “La nostra ossessione di mettere recinti ci ha impedito di fare quello che avremmo potuto fare”.

Che dire dunque ai giovani di oggi? Il nostro compito, anzitutto, è far comprendere che il lavoro non è uno status, ma un percorso dinamico fatto di compiti, ruoli e modalità che potranno, nel corso della vita, essere diversi, oltre l’immobilismo da posto fisso che è radicato nella cultura corporativa italiana. In questi anni, ad esempio, non sono scomparse le opportunità di lavoro. È che sono state messe in secondo piano perché sono carenti, nel nostro contesto ordinamentale e sociale, reali forme di orientamento in itinere, secondo percorsi formativi dinamici, aperti, vincolati, però, a prove e certificazioni di “pari merito”, per garantire “pari opportunità”.

Nonostante gli angoscianti dati sulla disoccupazione, in particolare giovanile, stabile a oltre il 40%, non mancano, appunto, occasioni occupazionali reali. Il problema, in Italia, è che queste occasioni sono, solitamente, coperte da alcune reti amicali, parentali, anche professional-corporative. I Centri per l’impiego incidono solo per il 3% sui posti di lavoro assegnati.

Ai giovani va detto chiaramente che non devono, sulla base di un titolo di studio, aspettare lungo il fiume che determinate “occasioni” si presentino, quasi come “manna dal cielo”. Per cui non hanno più senso certe manifestazioni con richieste, a gran voce, allo Stato, di “lavoro, lavoro, lavoro”. Perché il lavoro non si crea per decreto, a meno di non appesantire ulteriormente il debito pubblico. Ai giovani va detto che è buona cosa seguire un iter progressivo, anche, se necessario, partendo dai lavori più umili. Perché tutto fa curriculum, potremmo aggiungere. In realtà, tutto fa esperienza di vita. Perché tutto il mondo del lavoro, in se stesso, è formativo.

Allora, dovremmo tutti rispondere come Spinoza (“ogni uomo dotto che non sappia anche un mestiere diventa un furfante”) alla convinzione di Leibniz, secondo cui “la cultura libera dal lavoro”. Troviamo qui sintetizzato il male italiano, riprodotto fedelmente, ancora oggi, dal nostro sistema scolastico, ancora troppo lontano dal “valore-lavoro”. Inutile poi lamentarci se la disoccupazione giovanile è così sconvolgente, rispetto al 4% austriaco e al 7% tedesco.

In una recente ricerca di Eurobarometro, curata dal Parlamento europeo, alla semplice domanda “Ti attendi un lavoro con attività manuale?”, i giovani svedesi hanno risposto per il 40% in modo affermativo, quelli italiani solo il 5%. Senza dimenticare che in Svezia i lavori manuali toccano il 42% delle persone, e in Italia il 50%. Il che ci porta a dire che i nostri giovani devono essere aiutati a scelte funzionali agli sbocchi professionali, anche con vere prove d’ingresso. Cosa scontata in Europa, impossibile in Italia, anche se poi ci lamentiamo della dispersione e della mortalità scolastica.