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IL CASO/ Le sette “virtù” per avvicinare i giovani al lavoro

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In terzo luogo, invece, il dato positivo della ratifica da parte del Consiglio dei Ministri dell’Accordo raggiunto nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni sul complesso iter di attuazione della delega della Riforma del mercato del lavoro, in materia di apprendimento permanente. In quest’ambito, sono state assunte finalmente una serie di decisioni in merito ad alcune questioni chiave attese da diversi anni, relativamente a: lo schema di decreto legislativo riguardante il sistema nazionale di certificazione delle competenze; l’intesa per la costruzione di Centri/Reti territoriali per l’apprendimento permanente, di cui faranno parte scuole, università, centri territoriali per l’istruzione degli adulti, Camere di Commercio, industria, artigianato e agricoltura, imprese e loro associazioni imprenditoriali; l’accordo per la definizione del sistema nazionale in materia di orientamento permanente.

La prospettiva di rendere operativi questi obiettivi ambiziosi rappresenta una sfida e un’opportunità non indifferente per il rilancio del ruolo della concertazione di politiche attive promosse dalle istituzioni locali e regionali, sulla base dell’apporto delle Parti sociali (associazioni imprenditoriali e organizzazioni sindacali dei lavoratori), ma soprattutto in forza del contributo innovativo e originale che dovrebbero fornire in questa direzione il sistema d’istruzione (dalla scuola all’università) e quello della formazione professionale e manageriale. In questa prospettiva, il nuovo scenario che si delinea, tende a riscrivere le stesse priorità per quanti operano nel campo dei fondi interprofessionali per la formazione permanente, in quanto soggetti che, in primis, dovrebbero accettare la sfida e rendere operativa l’innovazione attesa.

Infatti, il costante processo di innovazione produttiva, tecnologica e organizzativa del sistema economico e sociale richiede alla scuola e all’università e, a maggior ragione, al composito mondo della formazione, il superamento del tradizionale assetto burocratico e autoreferenziale, centrato sull’offerta, e l’avvio di un’evoluzione strategica e organizzativa finalizzata a fornire un’adeguata risposta alla domanda proveniente dalle imprese e dalle istituzioni regionali e territoriali.

Questa prospettiva evolutiva, in particolare per l’Italia, acquista un maggiore peso e diventa davvero un obiettivo strategico irrinunciabile da perseguire a tutti i costi, poiché nell’attuale situazione di crisi economica le dinamiche del mercato del lavoro sono contraddistinte da un quadro a tinte fosche. Un quadro dove la vera emergenza sociale è rappresentata da quattro diversi fenomeni che rappresentano, in modo evidente, il “malessere” del nostro sistema economico ed educativo:

1 - il tasso di disoccupazione generale che tende ad aumentare e ha già raggiunto l’11,1%, con un numero complessivo di disoccupati vicino alla soglia critica dei 3 milioni (2.870.000);

2 - l’elevato tasso di disoccupazione giovanile ormai al 37.1%, e quello di inattività alla soglia critica del 38% (ancora peggiore il dato del Sud);

3 - la preoccupante dispersione scolastica che interessa il 19.7% degli studenti, pari a 120.000 giovani che ogni anno abbandonano la scuola, mentre il dato medio europeo è al 15% e la Strategia comunitaria “Europa 2020” vorrebbe ricondurlo al 10%;

4 - l’alto numero di giovani che non studiano e non lavorano, che arriva a oltre i 2,2 milioni e rappresenta la percentuale più elevata a livello europeo.

Nell’ambito di tali criticità, la dispersione scolastica costituisce un fenomeno economico e sociale complesso, non solo una “questione educativa”, con caratteristiche molto differenziate per scuola (tasso più elevato negli Istituti professionali e tecnici), ceti sociali (coinvolge famiglie meno abbienti) e per zone geografiche (interessa Sud e Nord-Est).