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IL CASO/ Le sette “virtù” per avvicinare i giovani al lavoro

La dispersione scolastica è un fenomeno preoccupante, specialmente in un periodo di crisi come questo, dove trovare lavoro è sempre più difficile. Il commento di ANTONIO COCOZZA

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Nel nuovo scenario globale, è ormai largamente diffusa, tra i governi dei principali paesi Ocse, la convinzione che l’apprendimento durante tutto l’arco della vita è sempre più un requisito essenziale per poter accedere e integrarsi nel mercato del lavoro, così come il costante aggiornamento delle competenze, è diventato un elemento chiave nella lotta contro la disoccupazione e la possibile esclusione sociale.

In merito alla rilevanza di queste questioni, negli ultimi giorni tre dati hanno messo in evidenza la necessità e l’urgenza di un intervento decisivo sulle tematiche dell’istruzione, dell’alternanza scuola-università-lavoro e dell’apprendimento permanente, ispirato al nuovo paradigma della lifewide learning. Un paradigma che si propone di sostenere, favorire e valorizzare, l’acquisizione di competenze formali, non formali e informali, in luoghi e ambiti differenziati e in differenti fasi della vita, andando oltre l’orizzonte della lifelong learning, così come già accade in diversi paesi europei come Regno Unito, Francia, Germania e Spagna. Si tratta di elementi che dovrebbero essere al centro dell’agenda politica del futuro Governo italiano nel campo dell’education e dovrebbero orientare le politiche “attive” del lavoro, allo scopo di incrementare il tasso di occupabilità dei nostri giovani e ampliare la qualità delle competenze possedute dai lavoratori che sono impiegati nelle nostre imprese.

Nel delineare tale scenario, in primo luogo, è necessario richiamare la previsione allarmante dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sull’andamento dell’economia mondiale e sul suo impatto negativo sulla disoccupazione. Nel suo ultimo rapporto, l’Ilo afferma che il numero di disoccupati nel mondo continua a salire e dovrebbe superare quota 200 milioni nel 2013, per sfondare il muro dei 210 milioni nei prossimi cinque anni. Un trend preoccupante, riconducibile al paradigma dello jobless growth che interessa anche i paesi di nuova industrializzazione ed evidenzia una tendenza secondo la quale non sempre sviluppo e crescita sono caratterizzati da un aumento dell’occupazione. Le stesse previsioni del Fmi e della Bce non brillano certamente per ottimismo sul piano del rilancio dell’occupazione.

In secondo luogo, i dati Istat in cui si nota che la partecipazione annuale alle attività formative per i lavoratori adulti (le classe di età 25-64 anni) in Italia è di circa 2.000.000 persone, pari al 6,2% della popolazione di riferimento. Un dato che “inchioda” l’Italia al 17° posto nella graduatoria dei 27 Paesi dell’Unione europea, lontano dal traguardo indicato nella Strategia di Lisbona che fissava l’obiettivo da raggiungere nel 2010 ad almeno il 12,5% e al 15% in base al programma europeo Education and Training 2020.