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Lavoro

IL CASO/ Curriculum vitae, i consigli per scriverlo "su misura"

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È, lo possiamo dire, un passo in avanti importante, anche rispetto alle tradizionali modalità di auto-presentazione del proprio “curriculum vitae”, cioè delle proprie conoscenze, competenze, capacità, passioni, esperienze. Un passo in avanti anche rispetto all’Europass. Da alcuni anni, infatti, come modello per la costruzione di questo “curriculum vitae” (CV) viene utilizzato il formato europeo, cioè l’Europass. Avere un modello di riferimento, l’abbiamo tutti compreso, è importante, ma non basta. Nel senso che nessun modello standard può offrire garanzie di risultato. Perché non basta cioè mettere in fila le tappe del proprio percorso scolastico e formativo, comprese le prime esperienze lavorative. Ci vuole la personalizzazione, anche se non è facile scrivere il CV per se stessi, perché dovrebbe, a chi legge, dare l’idea dell’oggettività, della trasparenza, dell’informazione completa ed efficace.

Tutte cose necessarie, ma non sufficienti. Il motivo è evidente: il CV va scritto in relazione al proprio percorso di studio, di vita, di esperienze, ma in relazione anche al contesto o azienda destinataria della propria offerta di lavoro. “In relazione al contesto”: perché, come mi capita di ripetere spesso a gruppi di giovani, è attraverso un adeguato CV che ci si presenta al mondo del lavoro, ben prima di un colloquio de visu.

Diverso, ad esempio, deve essere il CV se rivolto a un Paese nordico o a un Paese mediterraneo. Per un’azienda inglese, provare per credere, non è necessaria la data di nascita, considerata discriminatoria: non si trovano richieste del tipo “si richiede candidato under 30” o “bella presenza”. Mentre negli Usa inserire i loghi delle realtà nelle quali si è lavorato è un valore aggiunto. In quale lingua, poi? Una in inglese e un’altra nella lingua del selezionatore o responsabile del personale. Fondamentali poi sono i certificati in lingua straniera, i nominativi da contattare per eventuali referenze e l’elenco degli stage curriculari. Un CV, perciò, “in-relazione”.

Il giovane interessato a una proposta di lavoro deve non solo dire chi è e le proprie competenze ed esperienze, ma deve far capire, alla fin fine, se possiede proposte originali o idee innovative da proporre. Un CV, poi, dovrebbe rimandare ad altri strumenti di comunicazione, magari un blog tematico (oppure i “social network”). Che faccia intendere, in poche parole, tutto un lavorio di fondo che rende la propria competenza davvero un valore aggiunto per un servizio, per una azienda, per uno studio professionale, per un contesto di lavoro di gruppo. Perché tre sono le caratteristiche oggi richieste ai giovani: dimostrarsi svegli e interessati alle continue innovazioni, disponibili a lavorare in gruppo, umili e disposti a imparare da tutti.

In Europa, a dar retta a un recente intervento apparso sul The Guardian, il 30% circa delle nuove assunzioni avviene attraverso la Rete informatica, nei siti specializzati. In Italia siamo circa al 10%: da un’indagine empirica svolta nei giorni scorsi è emerso che siamo attorno al 18% di assunzione previo contatto e verifica su internet. Percentuali che cresceranno, se pensiamo che solo il sito Linkedin ha, nel nostro Paese, 1,7 milioni di iscritti. Un grande parterre. Ma da noi il canale per essere assunti resta ancora, per il 25%, il passaparola, cioè la conoscenza personale. Una percentuale destinata a lasciare il passo ai nuovi metodi di approccio e di verifica, come attesta Almalaurea dell’Università di Bologna.

Ritornando al decreto del governo Monti in uscita sul “Libretto dei saperi”, legato alla Riforma Fornero (92/12), sappiamo che potranno essere certificati anche gli apprendimenti informali e non-formali, cioè sul luogo di lavoro, nel tempo libero, in famiglia. Come verranno certificate, e quindi riconosciute, le nuove competenze? Si farà riferimento a un “Repertorio nazionale dei titoli di istruzione e formazione e delle qualifiche professionali”. Gli interessati potranno rivolgersi ad appositi servizi predisposti dalle Regioni.


COMMENTI
10/02/2013 - due osservazioni (Antonio Servadio)

Il CV in formato Europeo è un ben noto fallimento, talis qualis. Obbligatorio in alcuni enti, disdegnato dai privati e non solo, perchè troppo rigido e non è adeguato a quel che normalmente serve un CV. Improponibile. Tipica operazione burocratica di stampo fiscalista. L'espressione "fuga di cervelli" è seriamente fuorviante. Nei paesi dove l'economia è dinamica e dove ricerca e innovazione sono di casa non si pensa affatto in termini di "fuga", sebbene la percentuale di giovani che vanno all'estero temporaneamente e permanentemente è di gran lunga superiore a quella Italiana. Perchè tale spostamento è salutare sia per gli individui (che fanno esperienze di arricchimento culturale, umano e lavorativo) sia per il paese di origine, che attraverso questi soggetti esporta relazioni che costituiscono un investimento per il futuro. Ovviamente serve che il paese pensi a questo flusso in termini di investimento, non di perdita, perchè nei due casi differisce ciò che accade a valle della partenza. Non ultimo, occorre comprendere che la salute di un sistema dipende dagli scambi, e non dall'autarchia (cervelli e occasioni di lavoro). Nei paesi dinamici moltissime persone vanno all'estero e altrettante sono attratte dall'estero. In questo scambio sta la fertilità del sistema, che in tal modo alimenta le proprie competenze e crea relazioni a sfondo culturale ed economico. In Italia ci vengono pochissimi stranieri e gli Italiani che vanno all'estero sono ancora troppo pochi...