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Lavoro

IL CASO/ Curriculum vitae, i consigli per scriverlo "su misura"

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Un Repertorio, come un sorta di Albo delle competenze, legittimato da “enti titolati”, come Camere di commercio, scuole, università, enti di formazione. Con indicati gli standard minimi che gli enti certificatori dovranno rispettare, validi su tutto il territorio nazionale, standard intesi come “livelli essenziali di prestazione” (Lep): definiscono le conoscenze e abilità necessari per una certa professione, gli obiettivi di apprendimento, il contenuto, i requisiti di accesso, i livelli di risultato, le modalità per ottenere un certificato. Questo Repertorio dovrà essere reso pubblico entro 18 mesi dall’entrata in vigore.

Uno strumento utile, quindi, per chi si candida e per tutto il mondo del lavoro. Ma uno strumento, come hanno rilevato le Parti sociali, ancora pensato in termini centralistici e burocratici, mentre era più corretto lasciare alle singole Regioni interventi su misura. Penso qui al previsto “organismo nazionale di accreditamento degli enti titolati” a eseguire la certificazione.

Resta lo snodo appena dichiarato da Monti all’inizio del suo breve mandato, poi messo nel cassetto: l’abolizione del valore legale del titolo di studio. È strano il totale silenzio delle forze politiche su questi aspetti in campagna elettorale.

Secondo i dati Isfol 2011, gli adulti tra i 25 e i 64 anni che nell’ultimo anno hanno partecipato a corsi di formazione sono solo il 7,9% del totale. Dati che, assieme alle statistiche sulla disoccupazione che ci inseguono quasi ogni giorno, dovrebbero far meditare tutti. Non basta dire “lavoro”, perché lavoro sia.

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COMMENTI
10/02/2013 - due osservazioni (Antonio Servadio)

Il CV in formato Europeo è un ben noto fallimento, talis qualis. Obbligatorio in alcuni enti, disdegnato dai privati e non solo, perchè troppo rigido e non è adeguato a quel che normalmente serve un CV. Improponibile. Tipica operazione burocratica di stampo fiscalista. L'espressione "fuga di cervelli" è seriamente fuorviante. Nei paesi dove l'economia è dinamica e dove ricerca e innovazione sono di casa non si pensa affatto in termini di "fuga", sebbene la percentuale di giovani che vanno all'estero temporaneamente e permanentemente è di gran lunga superiore a quella Italiana. Perchè tale spostamento è salutare sia per gli individui (che fanno esperienze di arricchimento culturale, umano e lavorativo) sia per il paese di origine, che attraverso questi soggetti esporta relazioni che costituiscono un investimento per il futuro. Ovviamente serve che il paese pensi a questo flusso in termini di investimento, non di perdita, perchè nei due casi differisce ciò che accade a valle della partenza. Non ultimo, occorre comprendere che la salute di un sistema dipende dagli scambi, e non dall'autarchia (cervelli e occasioni di lavoro). Nei paesi dinamici moltissime persone vanno all'estero e altrettante sono attratte dall'estero. In questo scambio sta la fertilità del sistema, che in tal modo alimenta le proprie competenze e crea relazioni a sfondo culturale ed economico. In Italia ci vengono pochissimi stranieri e gli Italiani che vanno all'estero sono ancora troppo pochi...