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IDEE/ Andrea Ichino: meno tasse sul lavoro delle donne per aiutare le famiglie

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I soggetti fiscali sono gli individui, donne e uomini. Ma l’obiettivo “culturale” di lungo periodo della proposta è di influire su come i carichi di lavoro domestico sono divisi all’interno delle famiglie. Le donne lavorano in casa il doppio degli uomini. Da una ricerca che ho realizzato recentemente, finanziata da Valore D, è emerso che sommando il lavoro in casa e fuori, le donne faticano dai 30 ai 40 minuti in più al giorno. Anche gli uomini intervistati hanno riconosciuto senza ambiguità il maggior lavoro delle loro compagne. Data questa situazione, come possono le donne esprimere nel mercato del lavoro la stessa energia degli uomini? I comitati per le pari opportunità dovremmo farli in casa, non nelle aziende o negli uffici pubblici. La tassazione differenziata può aiutare anche a modificare questo condizionamento culturale.

 

Quindi questa proposta, oltre ai benefici fiscali può anche avere effetti culturali più profondi?

 

Sì, nel lungo periodo il condizionamento culturale soccomberà di fronte ai mutati incentivi che indurranno le coppie a scegliere liberamente chi starà a casa, in modo equilibrato tra i sessi. Quando l’attitudine culturale sarà cambiata le aliquote potranno tornare a essere uguali per donne e uomini. In realtà, per ottenere questo risultato non è necessario adottare la nostra proposta nella sua forma più “hard”. Esiste, ad esempio, questa versione “soft” molto meno invasiva e pur sempre rivoluzionaria.

 

Può fare un esempio pratico?

 

Consideriamo una famiglia che debba assistere figli piccoli o genitori anziani. Oggi sarà tipicamente la donna (madre, figlia o sorella) a rinunciare in tutto o in parte al lavoro dato che il reddito dell’uomo (padre, figlio o fratello) è maggiore. Questa situazione cambierebbe, però, se le donne potessero accedere a una significativa detrazione di imposta presentando una certificazione del fatto che l’uomo ha preso in loro vece il congedo parentale per assistere i familiari. Con questa soluzione (una forma di job sharing intra-familiare), lo “scambio tra i sessi” generato dall’incentivo fiscale avverrebbe interamente all’interno di ciascuna famiglia. Al tempo stesso, comincerebbe a diffondersi l’idea, anche tra le imprese, che i compiti familiari possono essere equamente distribuiti tra donne e uomini.

 

Perché detassare il reddito di lavoro femminile risulterebbe più efficace rispetto alla detrazione fiscale per le imprese?

 

La ricerca economica ha dimostrato che se si vuole aumentare l’occupazione di una categoria di persone è più efficace, a parità di costo per il bilancio, dare alle persone stesse l’incentivo a trovarsi il lavoro, piuttosto che alle aziende. E questo perché le prime hanno motivi più forti delle seconde per reagire all’incentivo. È singolare che in Italia l’attenzione sia sempre sulla detassazione fiscale delle aziende e mai su quella delle persone. Ed è anche singolare che se si propone una detassazione per le donne gli uomini insorgono, mentre una detassazione per le imprese che assumono donne passa senza un battito di ciglia.

 

La Scelta Civica di Mario Monti propone una soluzione simile di detassazione selettiva del reddito femminile per portare il tasso di occupazione delle donne dal 46% al 60%. Sono numeri da campagna elettorale o è un risultato davvero alla portata? Se sì, in quanto tempo?