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ELEZIONI/ C’è un’emergenza più grave delle tasse

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Se non rammentiamo che è stata proprio questa economia a introdurci in questa vertiginosa crisi, e se ancora le diamo credito, allora facciamo una cattiva politica, che genererà una facile antipolitica. Se non si approntano politiche di fattivo cambiamento ove l’uomo e il lavoro ne sono i punti centrali, se non cominciamo a sottolineare che esiste un altrove rispetto alla miopia di certe scelte di politica economica e che questo altrove è il destarsi di un’economia ove tutto è al servizio dell’uomo e dove la solidarietà e la sussidiarietà sono i pilastri del bene comune, se non facciano questo, allora la politica (qualsiasi politica) sarà conservatrice e le sue reali motivazioni sono da ricondursi alla vecchia paura di conservare miopemente l’acquisito a discapito dell’equità e della giustizia sociale.

Si vincono le paure e si smascherano le illusioni facendo un lavoro su se stessi, cominciando a impossessarsi del potere di proporre solidalmente e sussidiariamente modelli alternativi, che insediandosi in un mercato diventino solidi testimoni di quell’altrove economico in cui ciascuno di noi potrà liberamente esprimersi nel rispetto delle comuni regole che forgeranno il mercato stesso. Per poter effettuare scelte adeguate si dovrà, in ciascun momento storico, avere presente tutti i fattori in gioco e attraverso questa conoscenza individuare le necessità sociali del momento.

In questo momento storico l’urgenza principale è il lavoro (rammento che per il Magistero della Chiesa il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo): ciascun cristiano non potrà sottrarsi di fronte a questa necessità primaria. Il sottrarsi significherebbe ridurre (come spesso fa il peggiore liberismo) il lavoro da “diritto e bene per l’uomo” a merce, ovvero a considerarlo come uno fra i tanti fattori produttivi necessari, quando lo sono, per le attività produttive e/o di servizio. Così operando si snatura il lavoro e noi cattolici non possiamo permettere che questo accada perché “il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci. La ‘piena occupazione’ è, pertanto, un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune” (Compendio della dottrina sociale, 288).

Tutto questo perché “i diritti dei lavoratori, come tutti gli altri diritti, si basano sulla natura della persona umana e sulla sua trascendente dignità” (idem, 301) e perché “il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo, esso assicura i mezzi di sussistenza e garantisce il processo educativo dei figli” (idem, 294). Per queste articolate motivazioni i cattolici, in questa congiuntura economica, debbono pretendere dalle loro capacità di solidarietà e sussidiarietà, ma anche dalla politica che il diritto al lavoro divenga la principale priorità.

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