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Lavoro

ELEZIONI/ C’è un’emergenza più grave delle tasse

Negli ultimi vent'anni, dice GAETANO TROINA, abbiamo accettato un'economia contraria al libero mercato e schiava del tornaconto finanziario, dove uomo e lavoro sono scomodi accessori

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Come definire questo tempo di campagna elettorale? Lo definirei come un tempo imbastito di illusioni e di paure. Illusioni che giungono sino a chi “la spara più grossa” e paure di chi (magari con una punta di esasperazione) si riporta al “baratro” in cui il Paese si era venuto a trovare nell’autunno del 2011. Un periodo ove prevale la demagogia della promessa, ovvero di promesse che (almeno spero) anche chi le avanza ha coscienza di non poter mantenere, ma che con esse intende “ubriacare” l’elettorato “sparando” numeri di politica economica e fiscale che stanno in piedi solo nel processo demagogico da cui sortiscono. Paure che sistematicamente hanno il compito di creare un clima da ultima spiaggia per cui “solo io vi salvo, altrimenti il baratro”.

Che il tempo che siamo chiamati a vivere è pieno di difficoltà e di incertezze è sotto gli occhi e l’esperienza di tutti, ma questo, se da un lato non può essere velato dalla demagogia allegra di certe promesse, per altro verso non può essere superato con un continuo richiamo che ha solo (anche se importanti e purtroppo pressanti) risvolti economico-finanziari, ma che, invece, necessiterebbe, per non essere solo un simulacro di cambiamento, di contenere anche fattive risposte ai bisogni e alle necessità che imbastiscono la quotidianità. Bisogni e necessità che, in gran parte, originano dall’avere accettato, negli ultimi vent’anni, un’economia contraria al libero mercato e schiava del tornaconto finanziario; un’economia per la quale esiste solo la finanza e dove l’uomo e il lavoro (imprenditoriale, intellettuale e manuale) sono sempre stati trattati come scomodi accessori.

Non ci ha tradito il libero mercato, ci ha tradito un pseudo mercato senza regole che è riuscito anche soggiogare gli Stati e le loro politiche sociali ponendo al primo posto il profitto speculativo. Quel profitto che, nella sostanza, non remunera capitali investiti per creare lavoro e sviluppo, ma capitali (spesso anche virtuali) scommessi in una sorta di economia smaterializzata per meri fini speculativi. Un profitto che spetta e resta nelle mani del vincitore di scommesse e giochi che sono stati fatti passare come nuovi strumenti di un’economia avanzata.

Questa tipologia di economia finanziaria si è dimostrata essere il livello massimo del tornaconto capitalistico che ha arricchito pochi a discapito di molti. Siamo di fronte a un’economia non etica ove l’equità è ontologicamente disconosciuta perché essa vive solo di gioco e di scommesse e dove l’altro non è colui che con me partecipa al mercato, ma è il mio avversario che, a ogni costo, debbo sottomettere e vincere. Un’economia come questa è contro l’uomo ed è per questo che tutti i Papi, nelle loro encicliche sociali e nel loro Magistero, ne evidenziano i strutturali limiti etici e l’impossibilità di essere solutiva per le necessità umane.