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Lavoro

L’INTERVISTA/ Colli-Lanzi (Gi Group): ecco come possiamo "salvare" la riforma Fornero

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E rispetto alla regolazione del mercato del lavoro?

Questo è il terzo punto fondamentale: bisogna fare un intervento deciso sul mercato del lavoro che soprattutto indichi la strada maestra per la flessibilità in entrata: io penso che questa strada debba essere la somministrazione, perché questa garantisce la massima flessibilità per l’azienda e la massima tutela per il lavoratore, sia in termini di rispetto delle regole, sia in termini di supporto alla ricollocazione, alla formazione, alla employability della persona. Questo però significa creare dei binari differenziati: il legislatore deve rendere normativamente più difficile e costoso il tempo determinato e più facile e meno costosa la somministrazione. Si potrebbe poi applicare l’1,4% in più dell’ASpI sul tempo determinato perché col tempo determinato la persona lasciata a casa è in balia del trattamento di disoccupazione; non vai ad applicare l’1.4% in più dell’ASpI sulla somministrazione perché l’Agenzia una volta che la persona smette di lavorare lo ricolloca da un’altra parte mediamente. Quindi, sia normativamente che economicamente si può indicare una strada maestra.

 

Si dice (soprattutto il Sole 24Ore sembra molto deciso su questo) che la riforma Fornero sta favorendo la disoccupazione. C'è del vero o è solo la voce degli imprenditori che devono pagare di più i contratti?

La riforma Fornero aveva l’intenzione di andare nella giusta direzione, ma ha avuto poco coraggio nell’andare fino in fondo. Voleva rendere più flessibile in uscita il contratto a tempo indeterminato? C’è riuscita molto poco… si è fatta una gran discussione, ma alla fine sembra essersi persa una possibilità: il cambiamento c’è stato, ma non è decisivo a tal punto da rendere più attrattivo, più flessibile e meno drammatico il contratto a tempo indeterminato. D’altra parte ha giustamente bloccato gli abusi di forme spurie che venivano utilizzate per generare flessibilità dentro un sistema rigido poco interessante e poco trasparente per gli investitori esteri… ma non ha indicato una strada maestra. La flessibilità in entrata non è un male assoluto, lo è in caso se ne abusi.

 

E per quel che riguarda le politiche attive cosa ha fatto la riforma Fornero?

Buona la scelta di limitare gli ammortizzatori passivi. Ma non si è avuto il coraggio di fare fino in fondo il tavolo che doveva portare a decisioni sulle politiche attive pubbliche, e nemmeno il coraggio di richiedere alle imprese, a fronte di maggiore flessibilità in uscita, un impegno a finanziare progetti di supporto alla ricollocazione professionale. Bisognerebbe rendere obbligatorio l’outplacement per le aziende che licenziano. L’azienda che licenzia deve per legge offrire al suo ex dipendente un supporto a favore della sua ricollocazione.

 

L’apprendistato, con le recenti facilitazioni introdotte, è uno strumento che di fatto il mercato privilegia?

L’apprendistato va davvero incentivato in modo forte. Quando un’azienda fa una campagna promozionale sa attrarre i suoi clienti, non lo fa facendo uno sconto dell’1%, farà uno sconto del 20%... in questo modo attrae i suoi clienti. L’apprendistato è stato reso facilitante rispetto al resto, ma non è stato reso attraente. Le aziende devono trovare effettivamente conveniente scegliere un giovane. Significa spostare interesse verso i giovani rispetto ad altre categorie molto più protette, forse anche ingiustamente, non tanto per l’età, ma per la produttività. Il nostro non è un sistema produttivo, non può essere tutto teso alla conservazione del sistema.

 

Mai come ora urge un welfare progettuale…