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Lavoro

Ora serve una strategia per creare davvero nuova occupazione

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Tra le priorità figurano infatti innanzitutto assunzioni e licenziamenti più flessibili e certi, sia normativamente che dal punto di vista dei costi da sostenere; chiara responsabilità delle aziende nel trovare nuove collocazioni ai lavoratori attraverso politiche attive di outplacement; sviluppo di pratiche di buona flessibilità in entrata, la cosiddetta flexicurity. Da quanto detto appare con chiarezza, ancora una volta, come la Riforma Fornero, seppur giusta a livello di direzione intrapresa, sia certamente da completare; nell’ambito dell’articolato quadro sopra esposto, riteniamo che tre siano i provvedimenti principali da attivare e percorrere sino in fondo:

1) Riportare al centro delle politiche del lavoro il contratto a tempo indeterminato, rendendolo più flessibile in uscita e limitando solo a casi autentici il ricorso a forme di lavoro autonomo (Partite IVA e Co.Co.Pro. ecc.), demandando invece alle Agenzie per il Lavoro la buona flessibilità, sia puntando decisamente su di esse in termini di incentivi economici e normativi che limitando l’uso del contratto a tempo determinato a casistiche specifiche. Sono le Agenzie che, dopo 15 anni di operatività, possono e devono costituire la giusta leva per gestire la flessibilità richiesta dalle aziende e la sicurezza richiesta dai lavoratori, in una prospettiva non più di posto fisso a vita, ma di costante employability.

2) Attraverso una maggiore flessibilità in uscita si potrà disporre di una leva per sviluppare il mercato del lavoro, a patto che tutti si impegnino a ricollocare al meglio i lavoratori, garantendo in questo modo quella sicurezza che non può essere disattesa nemmeno in condizioni di maggiore elasticità.  In particolare, sostenere e rendere obbligatorio il regolare ricorso all’outplacement potrebbe portare a un risparmio per lo Stato di quasi un miliardo di Euro l’anno grazie all’abbassamento dei tempi di reinserimento lavorativo.

La Riforma Fornero prevedeva inoltre la necessità di stabilire regole nazionali per il funzionamento delle politiche attive: occorre metterci mano con urgenza. Sono sempre più, infatti, le persone che necessitano di aiuto da parte del pubblico, non solo e non tanto in termini di sussidi ma soprattutto per trovare un nuovo posto di lavoro; a questo scopo gli esperimenti svolti in varie Regioni testimoniano che la collaborazione tra pubblico e privato è la strada giusta da percorrere.

3) Per ridurre il grave dualismo del nostro mercato, segnalato ancora una volta dall’OCSE, occorre eliminare barriere in entrata ed incentivare gli strumenti migliori per l’inserimento dei lavoratori. E’ dunque fondamentale adottare politiche per incentivare l’uso  dell’apprendistato, portando a zero i contributi per tutta la sua durata, compreso l’anno successivo (anziché al 10% come ora) e rimodulando la retribuzione minima, conferendo il 30% il primo anno, il 60% il secondo e il 90% il terzo fino al 100% nel quarto anno con la stabilizzazione a tempo indeterminato.