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Lavoro

IL CASO/ Così l’Italia "regala" giovani e innovazione all’estero

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Non abbiamo un termine, sul vocabolario non esiste! Non c’è un temine adatto. Io nel dibattito, come provocazione ho lanciato il nome “degiovanimento”, giusto per dargli un nome, identificare il tema e capirne le implicazioni. Quindi, oltre alla denatalità, abbiamo un problema di “degiovanimento”, cioè di una società che ha sempre meno giovani. Continuiamo a chiamare questo fenomeno invecchiamento, spostando l’attenzione verso gli anziani. Dobbiamo invece concentrarci sui giovani, capire cosa vuol dire avere meno giovani. Noi non lo sappiamo, non è mai successo… possiamo avere delle teorie, ma stiamo sperimentando sulla nostra pelle quali possono essere le potenziali implicazioni.

 

E invece cosa sta succedendo?

Quello che sta succedendo, effettivamente, è contro intuitivo: l’economia dice che se un bene diventa più raro sul mercato, proprio perché è un bene più raro e meno disponibile, diventa anche più prezioso e più ricercato. I giovani sono un bene sempre meno disponibile sul mercato, nella società, sono sempre di meno. Eppure non sta succedendo come per gli altri beni, cioè i giovani non sono più ricercati e trattati come preziosi. Sono di meno, e anziché valorizzati sono più marginalizzati, si investe di meno, li si valorizza di meno, e così via.

 

Il problema non è quindi solamente quantitativo.

No, è anche qualitativo. Abbiamo meno giovani e anziché rispondere a questo fenomeno inedito potenziandone la qualità, stiamo procedendo in senso contrario. La stessa parola “giovane” è legata al verbo giovare, essere di utilità, di giovamento per la società. Non solo abbiamo giovani non attivi e ai margini, ma abbiamo anche una società che non cresce. I giovani anziché essere attivi nella società e nel mercato del lavoro dipendono economicamente, e non solo, dai genitori, fino a oltre i 30 anni. E quindi non riescono a essere pienamente un fattore per la crescita e per il cambiamento.

 

E in Europa com’è la situazione al riguardo?

La Francia ha molti più giovani, del resto ha sempre attuato politiche famigliari più consistenti. Mentre la Germania ha avuto una riduzione della natalità, e quindi ha meno giovani come l’Italia, ma ha investito sulla loro qualità. Quindi, rispetto a tutti gli indicatori sui livelli di occupazione, sulla ricerca e sviluppo, sull’età media dei manager, la Germania è abissalmente più avanti, perché sta compensando in senso qualitativo la riduzione quantitativa dei giovani. Da noi tutto questo non avviene, oltretutto molti giovani, quelli che non si rassegnano, se ne vanno all’estero. Questo crea un circolo vizioso: ciò significa non utilizzare, ma addirittura esportare produttori di innovazione, perche i giovani sono portatori di innovazione. Avere tanti giovani, significa anche avere tanti consumatori, far crescere la domanda interna.

 

In Italia succede anche che si prolunga continuamente l’età pensionabile. Questo, in mancanza di adeguate politiche, può frenare ulteriormente l’ingresso nel mercato del lavoro per i giovani. Come fare a rendere per loro il mercato più inclusivo?


COMMENTI
11/02/2013 - le analisi culturali si sprecano su qs temi, ormai (Emilio Colombo)

Perchè mai istintivamente a me viene da pensare che il problema dei giovani sia dovuto anche all'assenza di adulti in grado di testimoniare una passione reale e concreta x l'esistenza? il Papa stesso ci ha ricordato che il problema dei giovani oggi non sta nel DNA (per ora si nasce ancora senza modificazioni genetiche) ma si cresce in un certo contesto, fatto di adulti, mediante l'assimilazione di valori ed esperienze, per osmosi, oltre che per apprendimento. L'unica cosa che abbonda oggi è il nichilismo e il cinismo, quindi per cosa varrebbe la pena impegnarsi? Per tracciare una retta precisa occorrono 2 punti. Se io sono un punto nell'universo, qual è il secondo punto (prima o dopo di me) che mi permette di tracciare la retta della mia vita in una direzione che abbia un senso vero? Consiglio la lettura di Risè sulla distruzione della figura del padre nella ns. società, specie dopo il 68, per usare il solito "luogo comune".

 
04/02/2013 - commento (francesco taddei)

il Prof. Rosina dovrebbe meglio specificare le differenze tra le nostre università e quelle per esempio (senza andare troppo lontano) della svizzera, in tema di selezione dei ricercatori e la loro valutazione e nella conseguente raccolta e gestione delle risorse. sarebbe utile una profonda riflessione sull'ideologia egualitarista e antisviluppista portata avanti dal sindacalismo italiano e, io credo, anche nei rapporti chiesa-stato-società.