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IL CASO/ Così l’Italia "regala" giovani e innovazione all’estero

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L’Italia non ha mai investito in un welfare attivo, ha sempre considerato il welfare come spesa, come costo; e anche il prolungamento dell’età pensionabile è legato a questa logica: non ha potenziato i lavoratori adulti e maturi per dar loro più opportunità, ma semplicemente per ridurre il costo delle pensioni a carico dello Stato. Non c’è mai stata una politica di sviluppo, di crescita, attivando le capacità delle persone. Cioè un modello di sviluppo che metta al centro la persona, le sue capacità e la sua valorizzazione. Quindi oggi ci troviamo con donne non valorizzate, con tassi di occupazione molto bassi, con giovani sottoutilizzati, con gli immigrati che sono considerati solo un problema di ordine pubblico, con gli anziani che sono un costo sociale anziché una potenziale ricchezza. Le persone che hanno 60 anni oggi non sono come i coetanei degli anni ‘50. Hanno capacità, potenzialità, esperienza.

 

E invece cos’è stato fatto?

 Abbiamo spostato in avanti l’età pensionabile, niente di più. Ma se non si creano nuove opportunità, per esempio investendo nella formazione continua, è inutile tenerli al lavoro. Così le persone sono obbligate a restare in azienda e le aziende sono obbligate a tenersele. Anziché essere un’opportunità diventano un vincolo.

 

E per quanto riguarda i giovani?

Si è scaricato il costo del welfare sulle famiglie, se ne stanno occupando loro. In mancanza di strumenti di welfare attivo, come rilevato dalla recente indagine Toniolo, nel 70% dei casi, finito lo studio, finito il lavoro, il giovane torna a vivere con i genitori, perché non ha opportunità di mantenere la sua autonomia e di sentirsi così responsabilizzato come cittadino attivo. Non lamentiamoci quindi se abbiamo pochi giovani, uno tra i tassi più alti di disoccupazione giovanile e il più alto tasso di Neet. Tutto questo dimostra che non abbiamo capito niente sulle nuove generazioni e su come si cresce.

 

Quali strumenti proporre come politiche di welfare e di crescita dell’occupazione giovanile?

Abbiamo bisogno di un welfare attivo che permetta di rispondere alla fuoriuscita dal mercato attraverso la formazione e il ricollocamento, in modo tale che il giovane non ritorni in famiglia e si adagi su di essa. Anche per questo è importante il sostegno al reddito universale a partire dai 25 anni. A partire da tale età un giovane deve sentirsi non più un figlio, ma un cittadino pienamente responsabilizzato e con strumenti adeguati per conquistare e ottenere una propria autonomia. L’assistenzialismo prolungato e incondizionato dei genitori rischia invece di essere il peggior welfare possibile, perché incentiva la dipendenza passiva.

 

E poi?


COMMENTI
11/02/2013 - le analisi culturali si sprecano su qs temi, ormai (Emilio Colombo)

Perchè mai istintivamente a me viene da pensare che il problema dei giovani sia dovuto anche all'assenza di adulti in grado di testimoniare una passione reale e concreta x l'esistenza? il Papa stesso ci ha ricordato che il problema dei giovani oggi non sta nel DNA (per ora si nasce ancora senza modificazioni genetiche) ma si cresce in un certo contesto, fatto di adulti, mediante l'assimilazione di valori ed esperienze, per osmosi, oltre che per apprendimento. L'unica cosa che abbonda oggi è il nichilismo e il cinismo, quindi per cosa varrebbe la pena impegnarsi? Per tracciare una retta precisa occorrono 2 punti. Se io sono un punto nell'universo, qual è il secondo punto (prima o dopo di me) che mi permette di tracciare la retta della mia vita in una direzione che abbia un senso vero? Consiglio la lettura di Risè sulla distruzione della figura del padre nella ns. società, specie dopo il 68, per usare il solito "luogo comune".

 
04/02/2013 - commento (francesco taddei)

il Prof. Rosina dovrebbe meglio specificare le differenze tra le nostre università e quelle per esempio (senza andare troppo lontano) della svizzera, in tema di selezione dei ricercatori e la loro valutazione e nella conseguente raccolta e gestione delle risorse. sarebbe utile una profonda riflessione sull'ideologia egualitarista e antisviluppista portata avanti dal sindacalismo italiano e, io credo, anche nei rapporti chiesa-stato-società.