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Lavoro

Per colpire gli abusi si è costruita la fabbrica dei disoccupati

Idati occupazionali indicano, tra le varie emergenze, la necessità di una maggiore flessibilità “buona” in entrata. A che punto siamo per ottenerla? L’analisi di STEFANO COLLI-LANZI

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I dati occupazionali indicano, tra le varie emergenze, la necessità di una maggiore flessibilità “buona” in entrata. Richiedono, cioè, l’efficace sviluppo di una strada maestra capace di permettere alle aziende di fare investimenti, assumere persone, provare a crescere, senza avere timori eccessivi riguardo la mancanza di flessibilità del lavoro, ed evitando nel contempo che quest’ultima si traduca nella precarizzazione professionale di molte persone. Qual è invece la situazione in cui versiamo oggi, dopo la riforma Fornero? È quella di chi si ritrova a metà del guado, mentre le correnti del fiume aumentano e il livello dell’acqua cresce con decisione.

Siamo infatti in presenza di forti limitazioni alla flessibilità in entrata e ancora privi di strumenti che siano realmente positivi e sui quali puntare con decisione per generare occupazione; mentre il contratto a tempo indeterminato, nonostante le modifiche volute dalla Riforma Fornero, continua a essere troppo rigido. E, quel che è peggio, non si ha ancora chiarezza su chi si prenderà la responsabilità di indicare con forza una soluzione, che necessariamente dovrà essere proposta da coloro che si troveranno a guidare - fra poco meno di un mese - il nostro Paese.

Siamo, infatti, giunti a un bivio: la prima ipotesi è quella di dirigerci sempre più verso un contratto a tempo indeterminato più flessibile e forme di flessibilità più selettive, che impediscano i consueti abusi e lo scadimento nella precarizzazione, ma che, d’altro canto, scommettano decisamente su alcuni strumenti in grado di assicurare una flessibilità buona e sicura, come quella garantita dal contratto di somministrazione. L’alternativa è quella di fare marcia indietro, salvaguardando il tradizionale combinato del contratto a tempo indeterminato con lo Statuto dei Lavoratori e tornando a quelle forme di cattiva flessibilità che consentono alle aziende di fare ciò che vogliono, al di qua e al di là della cosiddetta border line.

Ma, nel contesto odierno, cosa serve davvero? E cosa implica, concretamente, una flessibilità buona e sicura? Quando discutiamo di questi argomenti non ci troviamo, infatti, solo dinanzi a un fatto tecnico, ma, piuttosto, mettiamo sul tavolo una vera e propria concezione delle persone, delle aziende e del compito di ciascuno. Alla vita lavorativa di ognuno di noi e delle nostre imprese, cosa serve dunque maggiormente?

Se esaminiamo i contratti in uso, bisogna osservare che ogni strumento contrattuale va certamente utilizzato per il proprio specifico scopo, come avviene, ad esempio, per la gestione di autentici progetti, periodi di prova abbastanza lunghi, o picchi legati alla stagionalità. In tal senso qualcosa è stato fatto: le misure restrittive nei confronti degli usi inadeguati di contratti come le Partite Iva e i contratti a progetto o la limitazione della durata dei contratti a tempo determinato direttamente stipulati tra imprese e lavoratori vanno certamente in questa direzione, tuttavia non sono sufficienti per rispondere alle attuali esigenze.