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Lavoro

IL CASO/ La “profezia” di Ichino che lascia il Pd senza lavoro

Il Pd è all’angolo, non solo per le difficoltà dopo il voto, ma anche perché spinto dall’ambiguità che lo ha guidato negli ultimi anni. L’analisi di GIUSEPPE SABELLA

Pietro Ichino (Infophoto)Pietro Ichino (Infophoto)

Il Pd è all’angolo, spinto dall’ambiguità che lo ha guidato, che lo ha condotto a queste elezioni e che gli ha fatto perdere un vero riformatore e uomo simbolo come Pietro Ichino, ora passato alla Lista Monti. Il partito capitanato da Pier Luigi Bersani ha avuto con le primarie l’occasione di rinnovarsi: Matteo Renzi era sostenuto, tra gli altri, proprio dall’ex Senatore democratico, ma alla fine ha prevalso, con la conferma di Bersani, la linea della conservazione, la linea Fassina. Tant’è che, a quel punto, Ichino nel suo addio al partito ha vuotato il sacco: “Bersani ha scelto Fassina, non ha avuto il coraggio di uscire dall’ambiguità: non si può essere europeisti in Europa e antieuropeisti in Italia”.

La rivalità tra Ichino e Fassina, più che personale, è fondata su vedute differenti e non è recente. Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, è espressione dell’anima del partito più statalista e più vicina alla Cgil; Ichino è da sempre molto vicino alle posizioni più moderne del riformismo. In particolare su questo terreno si esprime oggi la tensione interna al partito e tra le sue varie correnti. Il Pd è costretto a un’intesa in Parlamento, da solo non ha i numeri per governare. Ci provano con il Movimento 5 Stelle, ma riformisti e volponi (D’Alema su tutti) sono per le larghe intese. Se si rivolgono altrove (non rimane altra scelta se non Pdl e Monti), l’ala più oltranzista e di sinistra (Cgil-Vendola) insorgerà. Non a caso il Professor Monti da mesi, sperando in una presa di posizione forte di Bersani, punta proprio il dito contro Cgil e Vendola, invitando il Pd a liberarsi del pesante fardello.

Il problema è naturalmente e soprattutto la vision economica e del lavoro, si tratta di tensioni che durano da anni. Possiamo sintetizzarle in alcuni punti, che naturalmente non sono gli unici, ma sono cruciali.

La flessibilità: per l’ala più conservatrice non esiste flessibilità buona. Non c’è discussione sulla flessibilità, bisogna tornare al contratto a tempo indeterminato come contratto unico. Per Ichino la flessibilità, prima ancora di essere espressione del legislatore che regola il mercato, è espressione del mercato stesso; c’è eccome una flessibilità buona, a cui deve fare da complemento un buon sistema di riqualificazione e di ricollocamento per i lavoratori. È la flexicurity. Ichino sa bene quanto siano importanti gli operatori privati del collocamento e quanta strada, in quest'ottica, ci sia da fare. Lo stesso Ichino due anni fa aveva promosso un’ipotesi di “contratto unico”, come contratto di lavoro di riferimento. Questo per porre un freno all’utilizzo improprio delle forme flessibili soprattutto in entrata, andando a rivedere qualche rigidità sulle tutele e favorendo più flessibilità in uscita. Più flessibilità in uscita significa inevitabilmente rivedere l’articolo 18 (con la riforma Fornero un passo è stato fatto), cosa che comunque ha trovato la forte resistenza della Cgil e di Vendola.

Articolo 18: nell'ultima legislatura Ichino è stato promotore di un ddl che ha raccolto 56 firme, la metà del gruppo al Senato del Pd. L’ipotesi era quella di abolire il reintegro e di favorire non solo l’indennizzo ma anche il sostegno alla riqualificazione e al ricollocamento del lavoratore licenziato. Tutto questo non per favorire licenziamenti di massa, ma semmai per salvare le imprese - non abbandonando i lavoratori - facilitando processi di ristrutturazione aziendale in un momento di recessione economica fortissima e di contrazione del mercato. Su questo punto è inutile dire quale fosse la posizione della Cgil.