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Torniamo a investire sulle persone per creare lavoro

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Crediamo che si tratti di cose molto diverse: lo sforzo prioritario da compiere è quello di rimettere in moto le persone, da ogni punto di vista, educativo, psicologico e delle competenze. E questa è un’emergenza assoluta, certamente non surrogabile dalla concessione di eventuali incentivi alle aziende. Questi ultimi costituiscono infatti certamente un valido complemento, in grado di dare un impulso positivo, ma non risolvono il problema alla radice. L’esperienza insegna, tra l’altro, che sono davvero poche le aziende che assumono un determinato profilo in virtù degli incentivi concessi; viceversa, la dinamica è differente: prima viene selezionata una certa persona a fronte di un preciso bisogno, e, solo in un secondo momento, si verifica se esistano sgravi o incentivi disponibili.

Il rischio di una tale politica - che non definirei attiva - è dunque che il Pubblico spenda soldi per un’assunzione che sarebbe comunque avvenuta. Molto meglio, quindi, che Stato e Regioni finanzino la domanda di servizi, rivolgendosi direttamente alle persone. E, sottolineo, la domanda, non l’offerta proveniente dalle imprese erogatrici dei servizi. Si tratta, dunque, di andare verso una logica di mercato: affinché questo funzioni, consentendo alle persone di scegliere tra le migliori opportunità disponibili, è però decisivo che - soprattutto all’inizio - vi sia una chiara governance pubblica, in grado di selezionare solo quegli operatori che siano capaci di produrre effettivo valore aggiunto. Come? Utilizzando il sistema dell’accreditamento dei soggetti in grado di svolgere adeguatamente tali servizi, monitorando puntualmente l’efficacia ottenuta e remunerando i servizi di ricollocazione solo a esito positivo raggiunto. Meglio, quindi, puntare direttamente sulle persone.

Certo, per giungere a una valida programmazione delle misure, dei servizi e del loro monitoraggio, occorre avere la disponibilità di dati dettagliati circa i profili che si ritiene necessario supportare (disoccupati, over 50, ecc.) per poter in tal modo orientare adeguatamente le politiche attive; d’altra parte può risultare decisivo che la stessa Pubblica amministrazione, attraverso i suoi organismi, si ponga l’obiettivo di individuare le aree economiche che rappresentano le principali opportunità di impiego esistenti, facilitando in tal modo il lavoro degli operatori specializzati e attivando programmi di formazione selettiva. È inoltre assolutamente necessario che, ciò che fino a oggi è stato oggetto di utilissima sperimentazione “a macchia di leopardo” da parte di Regioni, Province ed Enti vari, diventi sistema nazionale. Che venga, cioè, rafforzata la governance unitaria del sistema dei servizi in modo tale che, pur tenendo conto delle differenze territoriali e di mercato, possa garantire logiche comuni.

Saprà il prossimo Governo - che qualunque conformazione si troverà ad avere, dovrà imprescindibilmente affrontare il tema del lavoro tra le prime priorità in agenda - incoraggiare i cittadini a tornare al lavoro e orientare chiaramente tutti gli attori in gioco verso lo sviluppo di quelle politiche attive così indispensabili per la crescita di persone e imprese nel nostro Paese?

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