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Lavoro

FESTA DEL PAPA’/ San Giuseppe, il lavoro e i giovani precari

Oggi 19 marzo è la festa di San Giuseppe, il Santo del Lavoro, ma è anche l’anniversario della morte di Marco Biagi. Il commento di GIUSEPPE SABELLA e BENEDETTA COSMI

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Oggi 19 marzo è la festa di San Giuseppe, il “carpentiere”, comunemente noto come il “falegname”. Giuseppe è il “santo del Lavoro”, non a caso ricordato anche il 1° maggio, giorno della Festa del lavoro. Nel Vangelo di Matteo (13,55) Gesù è proprio chiamato il figlio del carpentiere: “Non è Egli (Gesù) il figlio del téktón?” Il termine “téktón” in un primo momento è stato tradotto col temine falegname, oggi la maggior parte degli studiosi lo traduce col temine “carpentiere” : nella Israele di 2000 anni fa il legno era utilizzato anche come materiale necessario per costruire case ed edifici.

Che strana coincidenza, il 19 marzo si ricorda anche la morte di Marco Biagi: il martirio civile di chi ha dedicato la vita al Lavoro è così indissolubilmente legato a chi il Lavoro lo ha santificato per primo. A 11 anni dal suo barbaro assassinio, Marco Biagi continua a essere noto ai più non come il padre della legge che ha regolato il “lavoro flessibile”, ma della legge che ha regalato il “lavoro precario”.

Ora, premesso che non tutto ciò che è a termine o sottoforma di collaborazione è da considerarsi precario, è chiaro che il “precariato” non è un’invenzione mediatica e che sono stati soprattutto i giovani a fare le spese del fenomeno della precarizzazione del lavoro, le cui cause sono diverse e non riconducibili alla sola disciplina di per sé mutabile e perfettibile. I giovani oggi non vivono nella loro società, ma nella società dei loro padri, del mercato “duale”, delle corporazioni dei garantiti e dei geronti, dei pensionamenti continuamente posticipati, di una scuola e università poco inclini a confrontarsi col mercato; ma, soprattutto, se ci riferiamo agli attori del mercato del lavoro, di una rete di servizi incapace di fare da contraltare, attraverso il collocamento e ricollocamento, all’introduzione delle forme flessibili del lavoro: questa è la causa principale della precarizzazione del lavoro. Non è la regolazione flessibile del lavoro che di per sé rende il lavoratore precario, ma un sistema di welfare, quale il nostro, poco capace di dare risposte: un welfare continuamente ridotto a voce di costo e che finisce con l’ignorare la nuova economia e i nuovi lavori.

La recente elaborazione della Cgia di Mestre su dati del ministero dell’Economia e delle Finanze ci dice quanto siano cresciute nel 2012 le partite Iva: ne sono state aperte 549.000 (+2,2% sul 2011), e il 38,5% del totale, pari a 211.500 (+8,1%), sono ascrivibili a giovani con meno di 35 anni. Come si può chiedere ai giovani di essere imprenditori di se stessi quando nelle aule delle università, nelle piazze e sui giornali si contrappone ancora capitale e lavoro?