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Lavoro

STATUTO DEI LAVORI/ Tiraboschi: un piano per 4 milioni di occupati in più

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Vede, il punto non è il piano Camusso o l’agenda Squinzi, quanto la capacità di tradurre in un accordo l’elenco di buone intenzioni che tutti portano al tavolo del confronto. Io credo che proprio il clima di incertezza politica e la crisi della rappresentanza non solo politica ma anche istituzionale e sindacale dovrebbero portare a un innovativo accordo sui temi del lavoro e della crescita che non sia un “libro dei sogni” o, peggio, la solita “lista della spesa” con richieste irrealizzabili al Governo. Qui è venuto il momento di agire in chiave sussidiaria puntando su accordi decentrati e aziendali di produttività con chiara determinazione di come il valore aggiunto debba poi venire ridistribuito tra chi ha contribuito a crearlo. In altri termini, credo sia giunto il tempo della partecipazione e di relazioni industriali che pongano al centro la crescita e lo sviluppo.

 

Il noto giuslavorista Pietro Ichino si è staccato dal Pd non condividendo la linea Fassina che il partito ha di fatto sposato, definendola antieuropeista e aderendo così all’Agenda di Mario Monti. Cosa pensa delle proposte in ambito di economia e lavoro che arrivano da Scelta Civica?

 

Un conto sono le proposte di Ichino, altra cosa il programma ufficiale di Scelta Civica che ha virato, grazie alle buone intuizioni di Giuliano Cazzola, verso l’idea della contrattazione di prossimità mettendo invece in soffitta l’idea utopistica del contratto unico sponsorizzata da Ichino.

 

Prima del Governo Monti, la legislazione lavoristica è stata segnata dal pensiero di Marco Biagi, soprattutto nella legge Treu e nella legge Biagi che lei ha portato a compimento. Quali sono le differenze tra la riforma Fornero e le riforme che l’hanno preceduta?

 

Ne indico una sola, che però dà la misura della distanza siderale tra legge Biagi e riforma Fornero. La logica della legge Fornero è il centralismo regolatorio frutto della sfiducia nei corpi intermedi e nel territorio là dove la legge Biagi è un trionfo della sussidiarietà e del piano coinvolgimento delle parti sociali a cui viene delegata la regolazione concreta del mercato del lavoro.

 

Marco Biagi ha sempre avuto a cuore il problema dei giovani, ma di fatto la scarsa capacità del sistema di attuare la sua legge ha portato al mercato “duale”. Il Congresso della Cisl si apre, in materia di occupazione giovanile, all’insegna del superamento del dualismo non tra lavoro precario e lavoro dipendente, ma tra lavoro autonomo non tutelato e lavoro dipendente. Essendo la Cisl un attore sociale importante, può ciò contribuire al definitivo riconoscimento della flessibilità buona?

 

Ottimo che la Cisl abbia colto questa intuizione e l’abbia autorevolmente rilanciata come bene scritto da Raffaele Bonanni nel suo editoriale del 19 marzo in ricordo di Marco Biagi (su Il Sole 24 Ore, ndr). È da qui, da questa progettualità che dobbiamo partire ed è bene che sia il sindacato, più che il Governo, a prendere con decisione l’iniziativa. Tuttavia, il mercato duale esisteva prima della legge Biagi ed era fatto da un esercito di 5 milioni di lavoratori in nero che si sommava con un esercito di disoccupati e di inattivi. Grazie alla legge Biagi si sono creati robusti percorsi di inclusione sociale che non hanno prodotto tutti i risultati sperati per il boicottaggio operato da una parte del movimento sindacale. La legge Biagi era la piattaforma per lanciare appunto lo “Statuto dei lavori” che aveva come suo presupposto il superamento delle vecchie categorie del lavoro autonomo e del lavoro subordinato per costruire un mercato unico del lavoro dove contano le tutele e non le forme o tipologie contrattuali. Ma lo Statuto è un’utopia se prima non si assorbe il molto lavoro nero e irregolare e non si creano robusti canali di integrazione tra scuola e lavoro mediante il rilancio dell’apprendistato e dell’alternanza scuola lavoro.

 

(Giuseppe Sabella)

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