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Lavoro

IL CASO/ C'è un contratto che fa guadagnare lavoratori e imprese

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A questo proposito, ci tornano alla mente le parole del responsabile economico del Pd, il primo partito della coalizione che ha vinto le elezioni, in una storica intervista rilasciata a metà gennaio al Financial Times: Stefano Fassina ha dichiarato infatti che bisogna rilanciare la domanda interna perché “le esportazioni di per sé non possono aiutare abbastanza l’economia italiana”. Quindi, a questo scopo, il centrosinistra “cercherà un accordo con i sindacati e le imprese: congelare gli adeguamenti di stipendio in cambio di investimenti. Negli ultimi dieci anni gli investimenti nel settore privato sono stati molto scarsi”.

Quindi, secondo Fassina (e il Pd), la linea sarebbe quella di favorire le imprese tenendo fermi gli stipendi con le tasse che, probabilmente, aumenteranno. Al di là del fatto che persino Susanna Camusso ha dichiarato qualche giorno fa che “la prima cosa da fare è frenare l’emorragia della chiusura delle imprese”, mentre pare che l’economista Fassina non avverta l’urgenza di porre freno a un fenomeno che nell’ultimo anno ha portato alla chiusura di 360.000 imprese (1.000 al giorno), chi scrive crede che la strada maestra per creare “beneficio” per imprese e lavoratori stia nella contrattazione decentrata e aziendale. In merito, suggeriamo a Fassina di chiedere qualche consiglio a Giorgio Santini, neosenatore del Pd, a lungo sindacalista nella Cisl e grande sostenitore del decentramento della contrattazione.

In Germania, sono proprio la forte responsabilità degli attori sociali e il loro virtuoso dialogo che, nella contrattazione decentrata, esprimono elementi e fattori per una migliore produttività e per migliori salari. È più forte che mai in Italia l’esigenza di contrattare al secondo livello in azienda, secondo quanto stabilito il 28 giugno 2011 e quanto rilanciato a fine novembre 2012 dall’accordo sulla produttività. La crescita può venire migliorando l’organizzazione del lavoro, dei turni e degli orari, delle professionalità e della flessibilità. È vero, il Governo Monti ha cresciuto notevolmente le tasse, ma ha quantomeno pensato di detassare il salario di produttività. Di certo, non gliel’ha suggerito Fassina.

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