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Lavoro

PENSIONI/ Una "banda" può evitare nuovi esodati

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Assolutamente sì, e rispetto al sistema rigido ci sono vantaggi economici importantissimi. Poiché nel sistema flessibile non cambio l’asticella dei 66 anni: chi va via prima prende meno di pensione, e quindi non si produce nessun aggravio del bilancio pubblico. Il sistema contributivo è come un conto corrente in cui verso durante la mia intera vita lavorativa. Il punto di equilibrio è dato a 66 anni, e quindi in base a quanti anni prima si va in pensione si riceve una somma inferiore. La legge attuale prevede già che chi si ritira dal lavoro oltre i 66 anni di età veda la sua pensione rivalutata: in pratica chi resta in più riceve un premio. Allo stesso modo occorre prevedere una “penalizzazione” per chi va prima in pensione, tenendo così i conti in equilibrio. 

 

Occorre tenere conto del fatto che a seconda delle tipologie di lavoro svolto, le esigenze possono essere diverse?

 La nostra proposta di legge risponde esattamente a questa esigenza. La flessibilità consente che sia il singolo a decidere quando va in pensione. Si possono poi studiare soluzioni per situazioni particolari, ma in linea generale con l’uscita flessibile si risolve a monte questo problema. Chi svolge un lavoro più stressante tenderà ad andare prima in pensione, e si può decidere che la penalizzazione di chi ha carichi di lavoro fisici sia inferiore a quella di chi non li ha. Ma anche un insegnante, pur non avendo carichi di lavoro fisici, negli ultimi anni se vuole andare in pensione dovrebbe essere aiutato in quanto svolge un lavoro molto stressante. In linea generale, la flessibilità consente una scelta legata alla propria condizione personale, non solo economica ma anche psicofisica.

 

(Pietro Vernizzi)

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