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Lavoro

FLOP PRODI/ 1. Ichino: sono venuti al pettine tutti i nodi irrisolti del Pd

Le votazioni sul Presidente della Repubblica hanno messo in evidenza dei seri problemi nel Pd, il partito che PIETRO ICHINO ha deciso di lasciare a dicembre per passare a Scelta Civica

Pietro Ichino (Infophoto)Pietro Ichino (Infophoto)

In un articolo del 1 marzo scorso, scrivevamo su queste pagine quanto l’ambiguità che ha guidato il Partito democratico in questi anni lo abbia condotto all’implosione e quanto tale disastrosa condotta si fosse rivelata nell’addio al partito di un suo uomo simbolo e di un vero riformista, il giuslavorista Pietro Ichino, oggi Senatore per Scelta Civica. Il partito capitanato da Pier Luigi Bersani ha avuto con le primarie l’occasione di rinnovarsi, ma alla fine è prevalsa, con la riconferma di Bersani, la linea della conservazione e dell’ambiguità. “Non si può essere europeisti in Europa e antieuropeisti in Italia”: con queste parole a quel punto il Professor Ichino aveva lasciato il partito, aderendo al nuovo progetto politico di Mario Monti. A distanza di quasi due mesi, il Pd è talmente travolto dalle tensioni tra correnti interne che non riesce nemmeno a eleggere il “suo” candidato Presidente della Repubblica, Romano Prodi (si contano circa 100 franchi tiratori). Siamo all’epilogo della gestione Bersani, che ha portato il Pd a perdere elezioni già vinte e a subire una clamorosa disfatta persino nella sua Bettola (PC), dove è prevalso il centrodestra; per giungere infine a questa triste e tormentata vicenda parlamentare che ha portato il segretario a presentare ieri sera le dimissioni.

Senatore Ichino, cosa c’è secondo lei di antieuropeo nel Pd e cosa c’è di europeo in Scelta Civica?

Con quella frase, nel dicembre scorso, mi riferivo al fatto che, mentre Pierluigi Bersani girava per le capitali dell’Ue cercando di rassicurare i nostri interlocutori europei circa l’intendimento del Pd di mantenere gli impegni presi, a Roma Stefano Fassina e Nichi Vendola squalificavano quegli impegni, qualificandoli come “sciagurati” e indicando negli accordi europei del 2010 la causa prima della nostra gravissima crisi economico-finanziaria. Ma quello che, più in generale, imputo al Pd su questo terreno è un difetto di provincialismo.

Ovvero?

L’atteggiamento sbagliato di chi rifiuta il confronto aperto con le esperienze dei paesi europei più avanzati, per esempio in materia di lavoro, di scuola, o di amministrazioni pubbliche, con l’argomento secondo cui “in Italia non si può fare”. Quanto a Scelta Civica, la sua ragion d’essere essenziale consiste invece proprio nella realizzazione di quella “riforma europea” della quale l’Italia ha urgente bisogno, per potersi integrare sempre di più nell’Ue e mantenere in essa un ruolo di protagonista. Le ragioni del mio passaggio dal Pd a Monti, comunque, sono anche altre.

Ci interessano…

Dopo cinque anni di battaglie dure in seno al Pd sulla riforma del lavoro, avevo finito col diventare al suo interno una figura divisiva, il simbolo di uno scontro, di qualche cosa che una parte del partito non accettava più neppure di discutere perché intorno a essa era stato costruito con successo un vero e proprio “cordone sanitario”. Negli ultimi due anni, in qualsiasi città d’Italia io venissi invitato da una struttura del Pd l’iniziativa veniva poi disdetta per ordine superiore, oppure accompagnata subito prima o subito dopo da un’iniziativa “ortodossa” volta a impedire il contagio delle mie idee e proposte.

È risaputo che nel novembre 2011 il Premier incaricato Mario Monti aveva considerato la sua candidatura a Ministro del Lavoro, tant’è che poi l’ha voluta con sé nella sua lista. Come mai il suo nome è rimasto solo un’ipotesi alla guida del Welfare?