BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

START-UP/ Michel Martone: ecco le imprese per battere la disoccupazione giovanile

Michel Martone (InfoPhoto)Michel Martone (InfoPhoto)

Si tratta purtroppo di debiti accumulati in passato, non stiamo parlando di nuove spese. È molto importante questo passaggio, perché ci consente di costruire un rapporto migliore tra il cittadino e lo Stato, un rapporto più etico nel quale anche lo Stato onora i suoi debiti e non è solo un esattore, ma è anche un debitore che in qualche modo si comporta secondo buona fede e correttezza.

 

A cosa è stato dovuto il ritardo con cui è arrivato il decreto paga debiti?

Nel nostro Paese, purtroppo, non c’è un sistema di contabilità generale che unisce tutti, e nel quale nemmeno si riesce a sapere qual è l’ammontare reale: la Banca d’Italia dice 90 miliardi, le banche dicono che siamo a più di 100, l’Eurostat dice 70. Il ritardo sul decreto è dovuto a questo: si tratta infatti di una mastodontica operazione per cominciare a dare un grossa parte di liquidità e far sì che questi soldi vadano effettivamente a chi li deve avere e arrivino effettivamente all’economia reale. Questa è una grossa sfida per la Pa a rispettare gli impegni presi col decreto e per la ricostruzione di un rapporto migliore tra Stato e cittadini. Come ho già detto, grazie al grande senso di responsabilità dimostrato dagli italiani in questi 16 mesi e anche, mi si consenta di dire, grazie al consenso unanime che si è creato in Parlamento. Quindi non è vero che non si è fatto niente in questi ultimi due mesi di ordinaria amministrazione, ma si è continuato a lavorare.

 

Su queste pagine, il Prof. Dominick Salvatore ha parlato della necessità di riforme strutturali per l’Italia che consentirebbero un intervento di copertura della Bce, che in assenza di tali riforme la Bce non può giustificare ai mercati. L’Europa non pare aver recepito la legge Fornero come una riforma strutturale…

Mi si permetta di dire che non è così, per due ordini di motivi: come dimostra il recente decreto sulla Pa, è proprio perché abbiamo fatto le riforme strutturali che in questo momento ci si sta consentendo di procedere con l’emissione di titoli di stato da 40 miliardi di euro nell’arco dei prossimi due anni. Grazie alle riforme che hanno messo i conti in ordine noi abbiamo un nuovo margine di flessibilità che ci consente di affrontare questo capitolo molto importante. Il secondo problema, chiaro a un Vice Ministro del Lavoro, è che sarebbe bello avere molte più risorse per affrontare i problemi che abbiamo di fronte.

 

E invece?

C’è una grossa differenza, per esempio, tra Italia e Spagna, ma anche tra Italia e Francia: ed è purtroppo che noi abbiamo utilizzato la leva del debito anche nei momenti in cui il debito avremmo dovuto ridurlo. Noi veniamo da un decennio in cui i tassi di interesse sul nostro debito, grazie all’Europa, erano bassissimi: avevamo uno spread di solamente 100 punti. La verità è che in quel periodo, grazie ai bassi tassi di interesse, avremmo dovuto contenere il debito, ma non si sono fatte riforme per ridurlo. L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo e questo è ciò che nell’area Euro ci da i maggiori vincoli. La Spagna, avendo un debito più giovane, ha potuto contrastare queste manovre anticicliche facendo più debito di noi. Però è altrettanto vero che i tassi di disoccupazione spagnola sono oggi quasi doppi rispetto ai nostri.

 

Quindi?

Io credo di nuovo che non esistano scorciatoie per uscire da questa crisi, che è importante che l’Ue cambi posizione e che dia maggiori margini di flessibilità all’Italia, perché non si può affrontare la crisi solamente con politiche di austerità. Si avverte più che mai la necessità che tutte le forze politiche, invece di dividersi, litigare e utilizzare il loro potere di veto in Parlamento, si uniscano per dar maggiore forza al nostro Paese per far cambiare la linea in seno all’Europa. Sarebbe l’inizio di un percorso, ora abbiamo i conti in ordine per poter far sentire in maniera più forte la nostra voce.

 

A proposito della grossa piaga della disoccupazione giovanile e dell’abnorme fenomeno dell’inattività, dove possono arrivare le riforme e quale compito spetta alla società civile (famiglie, scuola e imprese) per rispondere a questo dramma?