BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

OCCUPAZIONE/ Tiraboschi: ecco perché l’Italia è nella "serie B" del lavoro

InfophotoInfophoto

A livello europeo occorre chiaramente riflettere sulle politiche di austerità, su un rigore eccessivo che in una stagione di crisi globale ha finito con il deprimere maggiormente proprio l’Europa. E’ infatti indubbio che il Vecchio Continente abbia subìto maggiormente la filosofia, dettata dalle istituzioni centrali europee, di ridurre a tutti i costi l’intervento pubblico e di evitare di contare sulla leva della finanza pubblica, chiedendo però incrementi di tasse e sostenendo una politica non espansiva. Per questo occorre riflettere a livello europeo, magari ragionando anche su effetti e problematiche molto concrete, come il Patto di Stabilità, che spesso impediscono l’utilizzo di risorse che invece sarebbero disponibili.

 

Crede che il problema sia anche legislativo?

Delle criticità dal punto di vista legislativo certamente esistono, tanto che durante la crisi tutti i paesi europei sono intervenuti sulle regole del lavoro. Nonostante ciò la filosofia più cercata è stata quella di rendere più facili i licenziamenti, con il presunto obiettivo di dare più chance occupazionali.

 

Una ricetta che ha funzionato?

Ovviamente no. Mercati maturi come quelli europei richiedono investimenti non sulla flessibilità a prescindere, ma sulla buona occupazione, sulle competenze e su quelle specializzazioni produttive che sono ancora la forza dell’Europa e del nostro Paese. Basti pensare che il grosso del manifatturiero ancora resiste in Paesi come l’Italia, in Germania e in poche altre aree del mondo occidentale, a conferma del fatto che l’industria manifatturiera, composta non solo di fabbriche ma di competenze e di mestieri che oggi il nostro sistema formativo fa fatica a incentivare, va assolutamente preservata.

 

Alla luce delle sue considerazioni, cosa dimostra in Italia l’attuazione della riforma del mercato del lavoro?

La riforma del mercato del lavoro in Italia ha dimostrato che il dirigismo non paga e che non si può governare un mercato in continua evoluzione come quello che stiamo vivendo attraverso un’impostazione centralista. Occorre invece valorizzare le dinamiche territoriali e le reali qualità del territorio attraverso una riforma non delle leggi del lavoro ma del sistema di relazioni industriali e della contrattazione collettiva.

 

Cosa si aspetta invece per i prossimi mesi in Europa?

Il dato europeo è certamente preoccupante nella sua globalità, però esistono paesi in cui l’occupazione sta crescendo e la disoccupazione sta diminuendo, quindi è chiaro che il problema non riguarda tutto il continente ma quei Paesi che non stanno sostenendo il cambiamento dei mercati e del lavoro. L’Europa, in particolare quella del Sud, è molto arretrata dal punto di vista di quelle importanti riforme, sia normative che comportamentali, che sono state fatte in sistemi industriali di Paesi come la Germania, ma anche l’Olanda e l’Austria. Quei Paesi, insomma, che hanno una tradizione più cooperativa nei rapporti tra capitale e lavoro.

 

(Claudio Perlini)

© Riproduzione Riservata.