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Lavoro

IL CASO/ I privilegi del lavoro che affossano l'Italia

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E’ mera illusione dare esclusivamente alla politica la responsabilità di quanto sta succedendo, perché in realtà tutti noi - ciascuno a suo modo - ne siamo stati complici. L’aspetto che più indigna sono le retribuzioni spropositate e i privilegi anacronistici, che ovviamente non verranno mai lasciati spontaneamente dai diretti interessati. Ma come possono non rendersi conto che si tratta di denaro, diritti ed energie strappati a color che hanno un bisogno reale, addirittura vitale? Finalmente si inizia a parlare di licenziamenti nella Pubblica amministrazione, dove gli esuberi sono sotto gli occhi di tutti da decenni. Un’azione in questo senso, sebbene drammatica per alcuni, sarebbe l’unico modo per svegliare il Paese da un torpore non più sostenibile e fare in modo che si cominci ad entrare nella prassi della gestione per creare maggiore consapevolezza del bene comune.

E’ ora di alzare il velo su una crisi culturale, etica e sociale ancora più profonda di quella economica, anche se non mancheranno le sofferenze. E’ ora di mettere in discussione tutto il sistema per iniziare a progettare il futuro che vivranno i nostri figli. Dobbiamo creare nuove possibilità per l’Italia e gli italiani: il prossimo Expo, per esempio, che potrebbe essere un momento per noi importante e fruttuoso. Dobbiamo ripartire dai sogni, dalla passione, da quello che è utile e giusto. La crisi è innanzitutto una crisi di disuguaglianza, che deriva da una distribuzione ingiusta delle risorse e dei diritti. Ognuno dovrebbe innanzitutto farsi un esame di coscienza: ricevo quanto è mio diritto in base alle mie reali competenze, senza sprechi per la società? Se dovessi cambiare lavoro, troverei un’azienda o un impiego che mi retribuisce quanto ora? Il mio lavoro restituisce qualcosa di utile per la collettività?

Ci sarà una nuova partenza solo quando si troverà un nuovo equilibrio tra bisogni individuali e collettivi. Dalla fase della competizione selvaggia dobbiamo passare alla cooperazione, al rispetto reciproco. Dalla rincorsa pedissequa, ma miope delle formalità dobbiamo passare a inseguire e garantire la sostanza, l’etica pubblica e privata. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità: è necessario un cambiamento nella cultura e nella mentalità del Paese, indipendentemente da quello che deciderà la Troika dell’Unione europea. Siamo ancora in tempo per farlo.

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