BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

IL CASO/ Carrello della spesa, badanti e stage: così le imprese “arricchiscono” il lavoro

InfophotoInfophoto

Ecco quindi, oltre al citato “carrello della spesa”, generose assicurazioni sanitarie, finanziamento di master e corsi di formazione, opportunità di stage presso gli stabilimenti del gruppo o presso le aziende partner, badantato per i familiari. Non a caso sempre di più si scrive di “welfare sussidiario”.

Lo scambio (perché di scambio si tratta, in un teorico modello win-win) è tra maggiori benefici per il dipendente, perché sia più gratificato, e maggiore fidelizzazione e produttività dello stesso, a vantaggio del fatturato aziendale. Stando a una recente ricerca di McKinsey & Company, i dati di bilancio paiono confermare la strategicità delle politiche di welfare aziendale: i benefici economici netti sono pari a circa il doppio degli investimenti fatti.

Non ha torto chi, solitamente con tono sprezzante, sostiene che nel nostro Paese si sono sempre fatte politiche di assistenza per i propri dipendenti, senza chiamarle in inglese. I citatissimi casi dell’Eni di San Donato o dell’Olivetti di Ivrea lo dimostrano inequivocabilmente. Ora, però - e non è differenza di poco conto -, il welfare aziendale per essere realmente capace di leggere il bisogno dei dipendenti, deve essere contrattato, discusso, negoziato coi lavoratori o con le loro espressioni sindacali. Non è più atto di generoso paternalismo, attento più ai bisogni sociali che ai benefici produttivi, ma vero e proprio scambio economico, volto alla maggiore competitività.

Questa necessaria valutazione di economicità non è una macchia di opportunismo da contrastare o di cui vergognarsi, ma l’occasione perché i piani di welfare aziendale possano diffondersi capillarmente, come ancora non è accaduto in Italia. Non si può infatti chiedere alle imprese, per imposizione “sociale”, di colmare i vuoti assistenziali lasciati dalla ritirata dello Stato. Pena l’implosione delle stesse imprese. Le aziende devono fare “il loro”, essere volte al profitto. E, di conseguenza, nella ricerca di sempre più efficienti equilibri interni, scoprire che la fornitura di servizi le rende capaci di colmare quegli stessi vuoti prima riempiti dal soggetto pubblico.

Il welfare aziendale, in sintesi, non è occasione di donazione caritatevole, ma segno della moderna organizzazione dell’impresa, che parte dalla soddisfazione delle persone anche per fare maggiormente fruttare capitale e tecnologia.

@EMassagli

© Riproduzione Riservata.