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IL CASO/ Meno legge, più contratto: un nuovo “Stato” nasce nelle imprese

Cresce l’importanza del welfare contrattuale, con accordi sempre più importanti tra imprese e lavoratori. L’analisi di GIUSEPPE SABELLA e PATRIZIA TIRABOSCHI

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In modo più “semplice” rispetto a quanto avviene nei luoghi del sapere scientifico (ricordiamo che se c’è la fuga dei cervelli significa che i cervelli ci sono e che qualcuno li forma), potremmo definire il Welfare come quel rapporto tra Stato/società civile/persona che si concreta in servizi, opportunità, diritti e doveri. Oggi, all’interno di un processo di ridefinizione di questo rapporto e del Welfare State (il Welfare di ieri), sta cambiando lo stesso spazio della contrattazione collettiva: questo è il tema del Welfare Contrattuale.

Facendo un passo indietro, con l’avvento sulla scena politica di David Cameron e della sua Big Society (maggio 2010), il dibattito europeo sul Welfare, incentivato dalla difficile situazione economica nonché dalla mancanza di risorse, ha conosciuto uno sviluppo importante e ne ha di fatto rovesciato il paradigma tradizionale basato sull’antinomia pubblico-privato classica (la destra attenta al privato con poca attenzione sociale, la sinistra al Welfare State). È stato proprio il conservatore inglese a introdurre importanti segnali di cambiamento stimolando le comunità locali, per esempio, nella gestione dei trasporti pubblici, della raccolta dei rifiuti, della conservazione dei parchi e anche dell’accesso alla banda larga di internet: è questo il Privato-Sociale, che lavora per il bene comune. Come spesso sottolinea Stefano Zamagni, i beni comuni non sono né pubblici, né privati, sono appunto comuni.

Il tema da allora è risuonato a livello internazionale, ripreso dai maggiori organi di informazione (compresi il Financial Times e il New York Times), avendo anche un importante riflesso italiano perché David Cameron e il suo Consigliere Phillip Blond hanno più volte dichiarato che il loro modello di riferimento è la Lombardia e che la vera Big Society è l’Italia: questo in virtù del nostro tessuto sociale molto ricco nella sua forma associazionistica. L’Italia è Paese da lungo tempo sensibile all’attivazione nel mondo privatistico di attività a sostegno delle questioni sociali e dei servizi alla persona: il Privato-Sociale vale oltre il 4% del Pil.

Fin dalla riforma costituzionale del 2001 il legislatore italiano ha reso più centrale il ruolo delle Regioni, anche per quanto attiene al loro rapporto con autorità extra-statali quali gli organi dell’Unione europea; scelte recepite successivamente dal legislatore anche con riferimento alla differenti materie di regolamentazione del vivere sociale. In particolare, se si pensa alla questione lavoristica, il legislatore ha dimostrato, negli anni successivi al 2001, la volontà di garantire una buona parte delle scelte in materia, in via sussidiaria, ai governi decentrati.

La riforma Biagi (D.lgs. n. 276/03) aveva sostanzialmente mutato il quadro previgente in materia di mercato del lavoro, riconoscendo un ruolo quanto mai rilevante ai cosiddetti corpi intermedi, ovvero - nella fattispecie - alle Parti Sociali. Al contrario, con la riforma Fornero ha prevalso il centralismo regolatorio, frutto della sfiducia nei corpi intermedi e nel territorio, là dove la legge Biagi si è rivelata a favore del pieno coinvolgimento delle Parti Sociali a cui viene delegata la regolazione concreta del mercato del lavoro. In mezzo alle due grosse riforme, si collocano anche il caso Fiat, le varie intese confederali sulla derogabilità e la contrattazione decentrata (2008 e 2011), l’articolo 8 del DL 138/2011 e l’ accordo del 2012 sulla produttività.