BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

IL CASO/ Se basta un “vigile” a far funzionare il lavoro

FRANCESCO SANSONE spiega in che termini il leader, all’interno di un qualunque team di lavoro, dovrebbe adoperare il potere che gli è stato conferito a vantaggio della collettività 

FotoliaFotolia

Il potere, tradizionalmente inteso, è la facoltà di influire sulle persone, sugli eventi e decisioni in quanto potens, ovvero con l’opportunità di incidere positivamente sugli altri, e si può articolare nel potere di premiare e di punire; nel potere di controllare le informazioni; nel potere di competenza, in base alla preparazione e alla professionalità; nel potere di referenza, in base al carisma riconosciuto; infine, nel potere legittimo derivante da valori interiorizzati che riconoscono al capo, che ha ricevuto tale investitura, il diritto di comandare e d’incidere sui collaboratori. Bisogna dunque verificare le modalità d’utilizzo del potere che può e deve essere usato a vantaggio dell’organizzazione e non esclusivamente per se stessi, rendendo più ampio ed efficace attraverso il coinvolgimento e la partecipazione degli altri e creando una dimensione positiva e di valore.

Sant’Agostino nel suo trattato “De Civitate Dei” (19, 14) ben rappresenta questa concezione del potere: “Nella casa del giusto, anche coloro che esercitano un comando non fanno in realtà altro che prestare servizio a coloro cui sembrano comandare; essi di fatto non comandano per cupidigia di dominio, ma per dovere di fare del bene agli uomini, non per orgoglio di primeggiare, ma per onore di provvedere”.

La leadership responsabile è infatti il risultato di un potere che viene dal basso, fatto più di autorevolezza che di autorità, e solo la presenza contemporanea di bassa autorità e alta autorevolezza, che coniughi carisma personale, competenze e ruolo aziendale, esprime l’esercizio della gestione efficace del consenso. Questa è la situazione, in termini aziendali, dell’individuo che conosce il contesto nel quale lavora, che ha fiducia nelle proprie competenze e nella consapevolezza degli effetti del proprio atteggiamento nei confronti dei collaboratori.

Per attuare questo tipo di leadership non bisogna mettersi i galloni da capo, ma assumersi la responsabilità di attivare un processo di guida, sviluppando un’azione di persuasione e di spinta al lavoro nelle persone, perché conseguano obiettivi comuni. In questo senso, essere leader significa possedere non tanto le conoscenze delle specifiche tecniche manageriali, quanto le capacità di renderle operative; il tutto supportato da esperienze formative ed educative che abbiano inciso positivamente sul sistema di convinzioni riguardante il proprio valore, l’autoefficacia personale e il rispetto verso i propri collaboratori.