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RIFORMA FORNERO/ Colli-Lanzi (Gi Group): tre modifiche possono aiutare il lavoro

Il Governo Letta sembra pronto a mettere mano alla riforma Fornero, mentre il lavoro resta un’emergenza nel Paese. Il commento di STEFANO COLLI-LANZI

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Crescita e occupazione sono temi cari a Enrico Letta. Il più giovane premier europeo, nel suo primo incontro con Angela Merkel, ha chiesto più crescita all’Unione e la stessa determinazione usata per la disciplina fiscale. È lecito quindi ritenere che il nuovo esecutivo non possa prescindere dalla crescita e dal lavoro, anche perché paiono priorità politicamente condivise. Ricordiamo anche che, circa un mese fa, il Fondo monetario internazionale ha affermato che “l’Italia è sulla strada giusta: entro la fine del 2013 la gran parte degli aggiustamenti fiscali saranno stati effettuati, così come le prospettive di crescita per il 2014”. Eppure, a meno di un mese dalla formazione del nuovo governo, la priorità è diventata l’Imu. «Vuol dire proprio che siamo su pianeti diversi. La dinamica politica continua a prevalere sulla dinamica dei fatti. Nel momento in cui sei con la casa che brucia non puoi permetterti di perdere tempo». Così esordisce Stefano Colli-Lanzi (A.D. Gi Group e Presidente Gi Group Academy) in questa intervista a ilsussidiario.net. Vista la professata volontà del Governo a rimettere mano alla disciplina del lavoro, gli abbiamo chiesto qual è il suo punto di vista.

Si parla di cambiamenti alla legge Fornero, perché inadatta a un’economia in tempo di crisi. Dove si dovrebbe intervenire?

Credo che siano tre le cose da fare nel rimettere mano alla disciplina del lavoro. Primo: rendere ancora più chiare le condizioni della flessibilità in uscita, perché l’ipotesi di fondo della legge Fornero era quella di ridare centralità al contratto a tempo indeterminato togliendo le eccessive rigidità che riguardano la risoluzione del contratto stesso; cosa che nel passato, e ancora purtroppo nel presente, rende lo strumento talmente rigido da essere disincentivante. E questo è pericoloso, perché la relazione tra impresa e lavoratore deve essere fondata su un rapporto a tempo indeterminato, dove indeterminato però non vuol dire eterno e, soprattutto, non vuol dire inamovibile. Questa parte potrebbe essere chiarita, permangono una serie di incertezze che la rendono poco praticabile.

E in secondo luogo cosa rivedrebbe?

Si è intervenuti sulla flessibilità in entrata in modo positivo laddove ciò ha ridotto l’utilizzo improprio di strumenti quali il lavoro a progetto e le partite Iva che sono contratti professionali e non da lavoro dipendente; e giustamente non devono essere utilizzati per gestire lavoro dipendente. Però, anche qui, si è a metà del guado: si è ridotta la possibilità di utilizzo di questi strumenti, ma non si è incentivato l’utilizzo degli strumenti di flessibilità buona, come dire che la flessibilità è tutta cattiva… e questo è sbagliato, rischia di essere un tema su cui frana il costrutto. Penso che il contratto a termine andrebbe incentivato e semplificato, collegandolo alle mansioni più lunghe, a periodi di prova lunghi che portano alla stabilizzazione dei lavoratori; e andrebbe incentivata e semplificata anche la somministrazione per agenzia, per contratti brevi e reiterati.

Quali sono i vantaggi della somministrazione rispetto al contratto a termine?