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Lavoro

IL CASO/ Il "muro" del ’68 toglie il lavoro ai giovani

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La Francia e la Germania, sulle nuove politiche attive per i giovani, qualcosa lo stanno immaginando. Parlo qui dell’idea di utilizzare 6 miliardi di euro di fondi europei, sui 60 disponibili sino al 2020, sfruttando la leva della Banca europea degli investimenti, con questa finalità: creare uno stretto legame tra le aziende e i centri di formazione, favorendo l’assunzione di giovani disoccupati. Il progetto richiama la stagione roosveltiana: “New deal per l'Europa”. Sarà presentata a Parigi il prossimo 28 maggio dai ministri del lavoro francese e tedesco. Perchè Letta non si affretta a condividere lo stesso sentiero? La Germania, ad esempio, pur avendo una disoccupazione giovanile di appena il 7%, di contro al 30% francese (e al 36% italiano, 60% greco, 56% spagnolo, con una media europea del 24%), comunque dimostra grande attenzione e lucidità di iniziativa. In sintesi, il progetto franco-tedesco prevede l'utilizzo dei fondi Ue attraverso la Bei per crediti a basso tasso d’interesse alle aziende che assumono giovani, in particolare facendo leva sull’apprendistato, da sempre un asso portante del sistema tedesco.

Si è parlato, nei conversari italiani, di modificare la Riforma Fornero, che oggi sembra avere smarrito i propri padri putativi. L’obiettivo è chiaro: rendere concreta quella flessibilità da tutti invocata come ragione di diritto di una nuova cultura delle opportunità. Il che dovrebbe tradursi in una riflessione mai fatta nella società italiana, sino in fondo: cosa vuol dire oggi “diritto al lavoro”. Traducendo, oltre reali pari opportunità in ragione del merito: elaborare proposte per migliorare la produttività, riducendo il costo del lavoro e aumentare le retribuzioni; come “stabilizzare”, in seconda battuta, i giovani che si affacciano a una professione; come favorire poi il ruolo delle donne, tenendo conto della difficoltà di far coesistere il lavoro con la famiglia; equiparare infine, finalmente, lavoro pubblico e lavoro privato; cancellare il “valore legale dei titoli di studio”, primo passo perché siano le effettive competenze, e non i pezzi di carta, a dare la misura di un percorso formativo. E così via.

Difficile, dunque, limitarsi, quasi in termini romantici, a evocare una sorta di “patto generazionale”, se sono i padri quelli che stanno nel concreto penalizzando i figli. Si tratta cioè di indicare le scelte che concretamente possono rendere “aperto” un mondo, oggi invece chiuso a riccio dalle mille caste che occupano militarmente la società italiana. Se, ce lo diciamo tutti, sono finiti i tempi degli scontri ideologici, cioè della pretesa di dire come stanno le cose prima ancora di capire come le cose effettivamente stanno, queste sono le questioni che devono entrare nella spinta riformatrice dei primi 100 giorni. In poche parole, partire dalla realtà, dalla cruda realtà, per tentare poi di migliorare e cambiare in progress le cose che non vanno.

Per dare dunque una concreta speranza ai giovani, e a tutti coloro che si trovano in difficoltà, la politica dovrebbe smetterla con la fumosità degli slogan e cercare, invece, di aprire un confronto serio a partire dai dati reali, dalle troppe statistiche che ogni giorno ci inseguono. Che ci dicono, semplicemente, ciò che già sappiamo. Sano riformismo vuol dire mettere a nudo, da un lato, i troppi interessi di parte, corporativi, e dall’altro non fidarsi troppo delle infinite mediazioni, quelle che annacquano, lo sappiamo, tutte le buone intenzioni. Ma la politica, da sola, non basta. Anche tutte le rappresentanze sociali, culturali, hanno bisogno di alzare la testa, hanno bisogno di capire cosa voglia dire oggi “bene comune”. I sindacati tutti, in questi termini, devono radicalmente ripensare il proprio ruolo e le proprie proposte in ragione della nuova stagione che stiamo vivendo. Ma vedo ancora troppe resistenze.