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IL CASO/ Il "muro" del ’68 toglie il lavoro ai giovani

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A noi tutti, a livello individuale e sociale, spetta un compito: porre le domande giuste, quelle necessarie per capire come uscire da una crisi che ci sta attanagliando tutti. Cercare le domande giuste per trovare le risposte giuste. Quelle che non si limitano a mascherare gli interessi di parte. Oltre destra e sinistra. Oltre le solite etichette. In un contesto non di crisi passeggera, ma epocale, per via di una globalizzazione che solo ora stiamo iniziando a metabolizzare, di cui il successo di Grillo è solo un assaggio temporaneo, abbiamo capito, giocoforza, che si sta ridisegnando, volenti o nolenti, il parterre della nostra vita sociale, economica, istituzionale. Parlo di un periodo storico nato con la generazione del ’68, quella che ha finito per privilegiare i padri sui figli, gli anziani sui giovani, le tante caste e i troppi conservatorismi a danno del merito, del talento, delle reali pari opportunità. Rivoluzionari sul passato, conservatori sul presente-futuro.

Li conosciamo tutti i dati sulla disoccupazione giovanile (36,6%), come gli oltre 2 milioni di Neet. Eppure, i padri, nei confronti dei figli, hanno preferito costruire, nel mondo del lavoro, nella politica, nella scuola e nell’università, dei veri muri di gomma, cioè vere forme di sbarramento e autoprotezione. L’età media dei gruppi dirigenti oggi tocca i 64 anni. Perché, ad esempio, non matura un sorta di “solidarietà generazionale” tra i nonni e i padri che oggi sono in pensione con regole e norme altamente favorevoli (chi è andato in pensione dopo 14 anni, dopo 19 anni, dopo 25 anni, dopo 30 anni, dopo 35 anni, dopo 40 anni, mentre oggi i 40 non bastano più, e con un calcolo, per i prossimi anni, solo contributivo): mentre i figli e nipoti chissà se e quando andranno in pensione, e con quale assegno mensile? Guai a parlare di queste ingiustizie…

Perché ciò che è stato possibile nel ’68, cioè una rivoluzione generazionale, ora non è possibile? Perché, numericamente, i giovani di oggi sono minoranza rispetto ai giovani di allora. Non solo. Ma quei giovani di allora sono oggi gli stessi che stanno difendendo a denti stretti le proprie posizioni, a scapito dei più giovani. Cosa stiamo, ad esempio, notando nel mondo del lavoro? L’assenza di massa di un’intera generazione. Il che sta impoverendo in modo drastico la spinta all’innovazione, con la conseguenza che le aziende, i tanti mondi produttivi non si rinnovano, non sfruttano, cioè, la spinta innovativa e competitiva dei più giovani.

Per quale motivo, ad esempio, ogni giorno perdiamo posizioni in tutti i settori più innovativi dell’imprenditoria, dell’innovazione culturale della scuola e dell’università, nella Pubblica amministrazione? Molto semplice: chi oggi ha le redini del gioco non è in grado, tra le altre cose, di capire le nuove tecnologie come saprebbero fare i nativi digitali. Potremmo chiamarlo "furto di futuro". Ma la cosa che stupisce è che i giovani sembrano non avere piú la forza di protestare, di contestare lo status quo. A Venezia come a Milano, a Roma come a Palermo. In altre parti d’Europa vi sono state manifestazioni di “indignati”, ma legate ancora a forme di rivendicazioni “assistenzialistiche”, non di liberazione dai troppi vincoli.

I giovani oggi, piuttosto, sembrano rassegnati. A parte il voto di protesta in massa verso Grillo, sanno che non sono una forza antagonista. Piuttosto vivono nella società, come in famiglia, come il gatto di casa: a proprio agio, ma senza voce in capitolo. I giovani di oggi, dunque, non hanno gli strumenti, né la forza per fare una nuova rivoluzione, tanto da rischiare di appiattirsi sulle idee dei “vecchi”. Fossimo un Paese serio, realmente solidale, il problema giovani sarebbe la priorità di tutti. Invece...

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